Vango - Un principe senza regno

Vango - Un principe senza regno
Era il settembre del 1929, Ethel aveva dodici anni, Vango quattordici. Viaggiavano entrambi, per ragioni diverse, sul Graf Zeppelin ed erano atterrati nel New Jersey. Nel campo di grano vicino a cui era ormeggiato il dirigibile, fra le spighe avvolgenti. Vango aveva avvertito, con la paura ancor prima che coi sensi, che chi lo stava seguendo lo aveva scoperto. Aveva detto a Ethel di tacere chiudendole le labbra con la mano, mentre uno scatto gli rivelava che un’arma era stata caricata. Le aveva sussurrato di affrettarsi perché il pallone stava per ripartire, le aveva promesso che l’avrebbe raggiunta subito dopo. Invece dalla finestra della sua cabina Ethel, col cuore a mille, lo aveva guardato mentre si allontanava, un puntino che svaniva lanciato in una folle corsa. Vango era fuggito perché qualcuno lo stava braccando, anche se non sapeva chi né perché. Tutto naufragava in un mare di mistero, quello stesso mare che quando aveva tre anni lo aveva sospinto su una spiaggia delle Eolie insieme alla sua bambinaia Mademoiselle, lasciandogli la vita ma rubandogli il passato. Lui non aveva ricordi, lei fingeva di averli smarriti. Da allora a Vango erano successe tante cose. Aveva conosciuto padre Zefiro e la rustica pace del suo monastero invisibile di Alicudi. A Parigi era stato accusato di un assassinio che non aveva commesso e da quel momento anche il commissario Boulard si era messo a dargli la caccia. Sette anni più tardi, nel 1936, Vango è di nuovo in America. Segue il filo sottile che può portarlo all’uomo che ha ucciso i suoi genitori e lo ha abbandonato fra le onde del Mediterraneo. E proprio a New York, guidato dai capricci del suo insolito destino, incrocia Zefiro, che ha lasciato il suo eremo per stanare il feroce trafficante d’armi Voloï Viktor e chiudere una volta per tutte la partita con il mercante di morte…
Adesso sappiamo chi è Vango e per quale motivo c’è chi lo insegue da un continente all’altro per sbarazzarsi di lui. Sembra impossibile che questo ragazzo fragile e un po’ paranoico, che si arrampica come un gatto sui grattacieli di Manhattan così come faceva da bambino sulle falesie della sua isola, possa costituire una minaccia per qualcuno. Invece i suoi oscuri natali lo condannano a scappare e a nascondersi al mondo perché in quegli anni a ridosso della seconda guerra mondiale il suo nome rappresenta un concreto pericolo per un dittatore tristemente famoso per le sue purghe. Intessendo invenzione e realtà, Timothée de Fombelle continua a far incontrare e a separare la folla di personaggi che avevamo conosciuto nel primo volume della saga di Vango. Ritroviamo Hugo Eckener e i suoi sensazionali aerostati, assistiamo al dilagare del nazismo che corrode l’Europa come un cancro, vediamo il comunismo di Stalin complottare e tramare invischiando la Russia in una ragnatela di sospetti e terrore. Intanto in Spagna si combatte e molti giovani, come il fratello di Ethel, accorrono per difendere la libertà. Intorno a Vango si accumulano storie, si respirano vicende d’amore. De Fombelle fa palpitare le pagine scegliendo le parole con cura, proprio come Mademoiselle pela e taglia le patate a otto facce trasformandole in piccoli diamanti. Al tocco ricercato della sua penna le pieghe dei pantaloni troppo grandi di Boulard “esondano” dagli stivali e una candela non si limita a spegnarsi, ma il suo stoppino crepita “annegando nella cera”. Dettagli ben cesellati da cui si colgono un grande romanzo e uno scrittore che riveste di poesia ogni frammento, ogni immagine delle avventure di un eroe che sa ritagliarsi un posto nella memoria.

 

 

 

 
 
 
 
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