Bologna Children’s Book Fair: Guccini, lo Strega, Malerba e i Beatles

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“Bologna è una vecchia signora dai fianchi un po’ molli, col seno sul piano padano ed il culo sui colli”: si apre così la due giorni di Mangialibri alla Bologna Children’s Book Fair, il più importante appuntamento mondiale del libro per bambini, l’evento catalizzatore per tutti gli addetti ai lavori del settore. Ecco, appunto, per tutti gli addetti ai lavori, perché la Fiera è riservata a loro e, nonostante il nome suggerisca il contrario, ai bambini non è concesso entrare, con qualche piccola eccezione in passeggino, presumibile risultato della defezione imprevista di nonni o babysitter. Questa dicotomia è il nodo che nel corso degli anni si è cercato di sciogliere con eventi paralleli riservati ai più piccoli, nei locali della Fiera o in giro per la città, anche un po’ malvolentieri perché in fondo nell’editoria per l’infanzia ormai si fa sul serio e i marmocchi a spasso tra gli stand forse sarebbero un richiamo troppo forte alle ragioni non commerciali dell’impresa. Per questo quando ho avvistato nello spazio riservato all’ufficio del turismo di Bologna quella citazione un po’ abusata dalla canzone di Guccini, ho pensato a una specie di monito tourettico verso gli incauti portatori di prole: qui tette e culi, poi fate voi…

Che poi, a dire il vero, rispetto all’habitat dell’editoria per gli adulti si respira da sempre un’altra aria, l’atmosfera più distesa, il senso della comunità, la curiosità genuina verso il lavoro degli altri. Nello scambio di battute con il Direttore della Fondazione Bellonci, incontrato per caso mentre mi aggiravo furtivo per il padiglione 26 (insieme al 25 il fortino degli editori italiani), proprio di questo “effetto isola felice” si parlava. Dall’anno scorso la Fondazione organizza con successo anche un premio Strega Ragazze e Ragazzi che viene assegnato in occasione della Fiera, una consacrazione per il movimento: anche il più prestigioso riconoscimento letterario italiano si è accorto dell’importanza dei libri per bambini. Stefano Petrocchi un timore però ce l’ha, paventa il rischio di importare assieme al premio anche logiche, usi e costumi deteriori direttamente dall’editoria per gli adulti. Per ora solo avvisaglie, staremo a vedere.

A proposito di premi, l’hanno scorso aveva fatto sensazione l’esclusione degli albi illustrati dalle categorie del premio Strega. Gli illustrati sono un po’ il simbolo dell’editoria per l’infanzia e la bizzarra decisione degli organizzatori aveva fatto storcere il naso a più di un editore. Quest’anno ci ha pensato il premio Malerba a rimediare istituendo un riconoscimento dedicato alla categoria degli illustrati italiani. Alla premiazione c’ero anch’io, metà pomeriggio del secondo giorno all’Author’s Cafè, uno spazio per le presentazioni e gli eventi ricavato tra i due grandi padiglioni “stranieri”. Un momento tutto italiano in una manifestazione che più internazionale non si può, con migliaia di operatori professionali provenienti da tutto il mondo (26.743 per la questura…), tra editori, autori, agenti letterari e imprenditori vari. Detto che il premio secondo me è una buona idea, che Gek Tessaro che l’ha vinto col la piccola ruspa di Dimodoché lo merita per le cose che fa e che ha fatto nel corso della sua carriera, che Giovanna Zoboli e Simona Mulazzani, seconde classificate, funzionano bene nei ruoli, rispettivamente, di scrittrice e illustratrice, e che sono felicissimo che le prodi redattrici di Mangialibri Ilaria Antonini e Barbara Balduzzi abbiano strappato il terzo posto ex-aequo con Il sasso nella strada, detto tutto questo dicevo, la cosa che ricordo con più affetto della frastornante cerimonia (l’Author’s Cafè ha lo stesso rumore di fondo di un bar della stazione Termini nell’ora di punta) è stata la lettura dei premiati da parte della vedova di Luigi Malerba (grande scrittore italiano a cui è dedicato il premio) che, foglio alla mano, tra cinquina dei candidati e lista dei premiati si è persa in una sequenza infinita di spoiler involontari, di malintesi e di sviste che hanno donato al tutto una levità altrimenti irraggiungibile.

A Bologna i partecipanti che a schiere varcano i cancelli della Fiera sembrano (e in effetti sono) in continuo movimento per i padiglioni, alcuni guidati dall’agenda degli appuntamenti e degli eventi, la maggior parte dall’intuito, quel sesto senso sociale che dovrebbe portarli a fermarsi allo stand giusto con la persona giusta quando ne vale la pena o a imbroccare la porta della sala x del blocco y nell’esatto istante in cui il relatore di turno sta per pronunciare le fatidiche parole che cambieranno per sempre la loro esistenza. Io non ho fatto eccezione, almeno per il tempo che mi rimaneva tra una chiacchierata e l’altra con tante persone che spesso riesco a incontrare soltanto a Bologna in occasione della Fiera. Per me l’epifania è stato un stand piccolo piccolo, zeppo di fili sospesi da una parete all’altra da cui pendeva una miriade di disegni preparatori del grande Quentin Blake (per chi non lo conoscesse, è quello che ha illustrato i libri di Roald Dahl, un’icona vivente dell’illustrazione per ragazzi). Cubicolo più angusto del solito, un po’ decentrata una scrivanietta con un computer e poi libri di Blake, anzi il libro di Blake. Clown a quanto pare è un titolo mai pubblicato in Italia: parla di un pupazzo, un clown appunto, che viene gettato nella spazzatura senza troppe cerimonie insieme ad altri vecchi giocattoli; decide allora che assieme ai suoi compagni di sventura vuole provare a riprendersi il futuro e si mette in cerca di aiuto… e di una nuova famiglia. Allo stand mi parlano del loro progetto di fare un film a partire dall’albo che, per inciso, è un silent book. I tipi dello stand sono uno studio di illustrazione genovese, alcuni di loro hanno lavorato fianco a fianco con Luzzati e il ragazzo che mi illustra tutto è amico personale di Quentin Blake e collezionista delle sue opere. Questo contatto diretto gli ha permesso di aggirare lo stuolo di agenti, consiglieri che circonda l’illustratore inglese e di ottenere un entusiastico assenso al progetto, certificato da un filmato con Quentin in persona che scorre in loop su uno schermo poggiato . Dall’assenso ai lavori preliminari il passo è stato breve, ora sono in cerca dei finanziamenti necessari. Hanno scelto il crowdfunding della piattaforma Kickstarter, e con l’entusiasmo e la cura che riservano al progetto non credo che avranno problemi a centrare l’obiettivo. Glielo dico infatti, siete un cavallo vincente, ma è proprio quello il rischio, mi rispondono, poi finisce che nessuno scommette su di noi, tanto non serve, ce la faranno comunque pensano…

In treno sulla via del ritorno mi ritrovo tra le mani una special collector’s edition di “Rolling Stone” sui Beatles, una bella guida a tutti gli album della carriera dei Fab Four piena di foto e di copertine che avevo acquistato in edicola prima della partenza per Bologna. Sono miracolosamente solo, niente compagno di poltrona, le facce di John, Paul, George e Ringo incastonate nei quattro riquadri della copertina di “Let it be”, l’ultimo album dei Beatles prima dello scioglimento, il più controverso. Mi sorprendo a pensare al successo che i Beatles continuano a riscuotere anche tra i bambini, alle canzoni del quartetto di Liverpool che sembrano scritte proprio per loro, Yellow Submarine, Octopus’s Garden, Ob-La-Di Ob-La-Da, All together now… Ecco, penso a come sarebbe bello un padiglione intero dedicato ai Beatles al centro della Fiera, con disegni e albi ispirati alle loro canzoni, un palco di giovani cover band, un tributo alla creatività universale, uno spazio aperto questa volta anche ai temuti children.

 


 

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