Camminando per Porretta Terme con Stefano Testa

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Volti che appaiono, si vestono di ricordi, poi sfumano, e non sai se li hai ricordati o immaginati per un racconto. Stefano Testa si racconta camminando per Porretta Terme, incontrarlo è passeggiare con lui lungo le vene di questo paese, saggiarne gli angoli, osservarne le mutazioni. Non possiamo rimanere fermi, a domandarci di scrittura, senza salire i vicoli, affacciarci sul fiume, alzare timorosi sguardi al versante aspro dei monti, giallo-marrone, dove i lupi stanno. E questa intervista non può avere una posa d’intervista, perché quello che stiamo raccontando è un – ed erotico – compossibile di narratore e narrato, proprio là dove il muro delle vecchie Terme abbandonate si scrosta, o in quella curva nel bosco dove un lupo, un giorno, venne a incontrare Stefano. Non si può spiegare, ma suggerire. Nel margine, dunque, parlare con lui, camminando. Stefano Testa, nato a Roma nel 1949, vive da sempre a Porretta Terme. A Porretta Terme ha abitato più case, ha lavorato a lungo come ufficio stampa delle Terme, ha composto musica, ha respirato tanto cinema, e nel 2015 ha cominciato a scrivere racconti sul luogo che abita – raccontini, contraffazioni, malinconiche ricognizioni.




Curve tra le montagne, un serpente d’asfalto che sfiora gli ingressi di case addossate alla strada, abitazioni lunghe e schiacciate, abitanti che guardano in su e raramente vedono il sole. Legna accatastata, macchine parcheggiate in modo improbabile. Versante in ombra, vetri appannati. Supero una frazione dopo l’altra, Porretta Terme è a pochi chilometri di distanza. Dopo una curva, un operaio stradale mi fa cenno di rallentare. Ci sono anche i carabinieri. In mezzo alla strada, riverso a terra, un cervo. Si stanno organizzando per rimuoverlo. Passando vedo le tracce di sangue, il corpo così grande, le lunghe corna sull’asfalto. “I cervi abitano l’altro versante della montagna. Qui, dove sto io, ci sono caprioli, lupi, istrici”. Arrivo al parcheggio delle Terme, quelle nuove, pareti bianche. Stefano Testa mi raggiunge quasi subito. Ha un sigaro toscano tra le labbra, che mi dirà poi inseparabile, i capelli lunghi e gli occhi vispi, liquidi e azzurri.

“Una volta le Terme registravano un’affluenza enorme, Porretta era un centro molto importane”. Adesso un po’ meno. Adesso Porretta Terme si è ridimensionata, ma un tempo era centro nevralgico, e la famiglia di Stefano ne era protagonista, di Terme e di cinema. Passeggiamo. Stefano mi indica gli stabilimenti rimessi a nuovo, quelli lasciati a metà – una gru sospesa per aria da qualche tempo – uno dei numerosi alberghi abbandonati, spinto più in là da un’ospedale costruito davanti, e adesso dismesso anch’esso. Arriviamo nella via principale, Via Mazzini, la via dei negozi e del passeggio, dello struscio. Viale alberato, ristoranti, boutique, e il cinema di Stefano Testa, quello che espone il programma del festival, e che Stefano conduce con il cognato, e dove le anime gentili porrettane si rifugiano a tirar tardi parlando d’arte e politica. “Cinema d’essai, soprattutto, ma anche quel poco di intrattenimento che ci consente di mangiare...”. Superiamo una piazza che un tempo era luogo d’incontro di persone, adesso di macchine su entrambi i lati. In cima troneggia prepotente la vecchia casa del Fascio. “Vedi, proprio là, aprirono la strada, questa strada che accoglie i venti freddi dalla montagna, buttando giù una fila di case popolari”.

Saliamo sul Ponte dei Sospiri. Sotto, dolcemente, scorre il Rio Maggiore. Scorrono tra i nostri piedi, nell’aria, le righe dei racconti di Testa. Quadri di Porretta Terme passati si accavallano a interventi presenti. Un arco, c’era un bellissimo arco prima, poi hanno deciso di squadrare. Passiamo sotto, il voltone, raggiungiamo Via Falcone. Si sale verso la Guardiana ‒ uno dei luoghi del primo racconto della raccolta. Via stretta, intima. Ai muri, umide macchine di parietaria. “Ecco, in quella antica torretta ho abitato da giovane, diciassettemila lire al mese. La stufa al piano terra, e io che vado a sistemarmi la camera all’ultimo piano! Là, invece, ho abitato quando è arrivato l’alluvione, che mi ha allagato casa”. Saliamo ancora, e arriviamo al vecchio stabilimento delle Terme. Muri giallastri e scrostati, finestre rotte e aperte sul buio, vecchi cartelli arrugginiti e recinzioni a interdire. Ma il racconto di Stefano scavalca la zona interdetta, s’immette tra la pietra e la polvere come infestante ricordo. È piccolo, da Porretta sale alle Terme. La stanza che abitava, i movimenti dei nonni. Il nonno, il Regime. Fu lui a rilevare le Terme. Stefano passava lì le estati. Coglieva lì i primi odori delle erbe e degli alberi in fiore che scendevano dai boschi. In macchina, raggiungiamo casa sua, proprio in alto sopra Porretta. La giusta distanza, dice lui, la giusta distanza per osservare, per immergersi tra le persone, le chiacchiere, le pose, e poi risalire, in mezzo ai boschi. Farsi guardiano laico in ascolto di antichi sussurri. Una casa di campagna, un giardino ben curato, e il bosco allunga spire tutt’intorno, un pastore tedesco ad accoglierci entusiasta. “Angoscia: bosco che muore – i castagni – altre piante che si moltiplicano, che salgono la collina. Che, giovani, s’affacciano, e noi invecchiamo”, continua Stefano.

Nel 2015, sente che deve scrivere. Scrivere di due cose, principalmente, di Porretta Terme, e della sua famiglia. Le due raccolte di racconti sono fiume in piena tra i vicoli di Porretta, e in alto, tra i boschi. “Dove ti immagini uomini antichi che raccolgono e seccano castagne, e bambini accanto a fuochi silenziosi. Immagini abitazioni abbarbicate alle coste”. Curva dopo curva, ci spostiamo da una frazione all’altra, cambiamo punti di vista su Porretta, esaminiamo i due versanti: quello morbido, addomesticato, dai colori tenuti, e quello aspro, in alto, verso i boschi non antropizzati. I margini, gli avamposti umani, prima che siano non umani e piante. Gli istrici, i caprioli, il merlo e il profumo della santolina accanto alle gentili anime porrettane, quelle un po’ distratte, un po’ oberate di fretta e consumo, che si smarriscono a valle, e in mezzo il Rio maggiore che dolce scende i suoi scalini, o il Reno, che largo si prende il centro del palco. Così è, Porretta che scorre nei racconti di Stefano, e Stefano che si racconta in Porretta. Lui, custode, ne narra e ne riflette le aderenze di vecchio e nuovo, fantasmi e scorie. Una giusta distanza per raccontare l’angoscia del margine, la vertigine dell’orlo, la fragilità di un attimo intimo, ispirazione di grazia, e poi dolore o nostalgia. In ascolto di quel margine. Ed ecco un possibile erotismo nell’incontro, dolce, bello e sofferente.Vecchi manifesti di musica blues. Solomon Burke è il nome di una piazza. Negli anni ‘70 Stefano incide un album prog-rock ispirato a Cesare Pavese. “In Italia lo ascoltarono in pochi. Tempo dopo, sono venuto a sapere che negli Stati Uniti le cose erano andate diversamente. Su internet trovai tante recensioni. Di recente ho scritto una suite sulla nostra generazione tradita, s’intitola Andrea il traditore”. La musica ti accompagna da sempre, Stefano, da quando tua madre ti regalò la chitarra. “E io smisi di studiare”. La scrittura, invece, è fiume che rompe un argine e in due anni scroscia decine di racconti, capitoli di lunga vita in due piccoli ‒ vasti – libri. “Vorrei scrivere della mia famiglia, adesso. Ma sto cercando ancora la forma adatta”.

Viuzze umide, una scalinata. La chiesa di Santa Maria Maddalena, rosa, che con silenzio materno sorveglia Porretta, il piazzale sconnesso e silenzioso del Grande Hotel delle Terme. Un crocifisso, là in alto tra gli alberi del bosco. Davanti a casa di Stefano si ergono tre cipressi. Salgono su dalla carta di un suo racconto. Gli amici gli chiedono: ma come mai hai piantato tre cipressi qui a Porretta? Già, come mai? C’è tanto, di Stefano, nel corpo di quei tre alberi non autoctoni, in ordinata fila, davanti alla macchia agglomerante di bosco che sta salendo, precisa nella dirompente confusione, netta nello sfumato, abitata nell’abbandonato. Sottilissimo confine di mille porosità. Irrisolutezza, un po’ come, alla fine, l’approccio all’intervista di questa non intervista.

“Stelle che si spengono, si mutano in vento che si diffonde nel buio sconfinato.
La giusta distanza, restando qui, a farci quel vento”.

I LIBRI DI STEFANO TESTA



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