Caro Bronx

6 aprile 2504
Caro Bronx, forse sei l’unico diario rimasto in circolazione sulla Terra, ricordo ancora quando nonno Luigi ti portò sulla mia scrivania, quasi sessant’anni fa. Io, ancora ragazzo, giocavo con un visore 5D fuori uso. Quel giorno pensavo che non mi saresti mai servito e invece eccomi qui, un vecchio di 94 anni che, pur di avere compagnia, continua a conversare da anni con il suo diario. In realtà, scrivo anche per sfogarmi e per distrarmi. Fuori dalla porta d’ingresso, a cinque metri da dove sono seduto ora, c’è un mondo completamente diverso da quello che hai visto circa sessant’anni fa, durante il tragitto dall’edicola alla mia scrivania. Quante cose sono cambiate da allora, caro Bronx! C’erano ragazzi che passeggiavano, ridevano e giocavano all’aria aperta; bene, caro Bronx, scordati tutto, quello è il passato, la Terra non è più il pianeta che ti ricordi.

10 aprile 2504
L’orologio sta per fermarsi, non si producono più le batterie necessarie al suo funzionamento, penso che mi toccherà comprare definitivamente quell’ammasso di tecnologia che tutti chiamano “tecnocloc”, ma mi fa schifo! Perché devo iniziare a sopportare quella voce metallica che ad ogni ora ti dice “Sono le otto signor Valerio”? Mi prende un colpo ad ogni ora!!! Bronx, aiutami tu, sei l’ultimo oggetto che mi ricorda il mondo di un tempo... e se ti succedesse qualcosa? No, non ti abbandonerò mai, sei l’ultima cosa che mi é rimasta.

13 aprile 2504
Caro Bronx.Ti devo rivelare un segreto, quindi mettiti comodo e preparati. Erano le sette di sera e, come tutti i giorni, Clark, il mio vicino di casa, si era dimenticato di mettersi i microchip nelle orecchie, quindi io ero lì, sulla poltrona del salotto, a cercare invano di rilassarmi leggendo un bel libro, con la musica a mille decibel che proveniva dalla casa accanto. Per fortuna, proprio quella mattina, un pacco si era teletrasportato nel mio studio. I mittenti erano quelli del governo centrale che, dopo le mie molteplici lamentele per i rumori del signor Clark, non lo avevano punito, no, non sia mai! Il governo si era limitato ad inviarmi dei microchip speciali per godermi il silenzio della mia casa. In un primo momento avevo pensato di andare a protestare ma, ripensandoci, quegli aggeggi si erano rivelati utili: messi nelle orecchie, riuscivano ad isolare completamente l’ambiente. Tutti i rumori provenienti dall’esterno erano solo un ricordo, quindi forse la pubblicità non mentiva. Ammetto, ma questo solo a te Bronx, che forse, ogni tanto, la tecnologia ti semplifica la vita.

20 aprile 2504
Caro Bronx, oggi è successa una cosa molto strana. Verso le 14, mentre stavo mangiando, improvvisamente il forno ad onde magnetiche ha smesso di funzionare, le luci a neon si sono spente e persino la musica del mio vicino Clark ha smesso di rompermi i timpani. Per fortuna in un cassetto dello studio, conservo una torcia d’epoca, che funziona ancora con le vecchie batterie. Affacciandomi al balcone, ho visto un gruppo di operai che sfilavano per le strade e urlavano a gran voce. Dopo un po’ sono riuscito a capire cosa stesse succedendo: si lamentavano dell’ultima tassa imposta dal governo centrale a sfavore degli operai e minacciavano di non riaccendere il generatore dell’energia, fino a che non sarebbero stati assecondati e la nuova tassa abolita. Non hanno torto, ma penso che bloccare la normale esistenza di tutta la nazione sia davvero eccessivo.
Sono le 15.30 e torno a scriverti... in quest’ora e mezza ho cercato di continuare a mangiare normalmente aspettando che l’energia tornasse. Devo ringraziare il cielo per una cosa: in tanti anni non ho mai voluto usare quegli occhiali speciali detti “occhio cerebrale”, che recepiscono un’immagine e, senza dover aprire gli occhi, la trasferiscono direttamente al cervello. Con il passare degli anni gli “occhi cerebrali” si sono diffusi in tutto il mondo. La produzione massiva ha consentito di ridurne il prezzo e ben presto sono stati adottati persino nelle scuole. Le persone che usavano questo dispositivo, con il tempo hanno iniziato a mutare geneticamente. Gli occhi infatti venivano utilizzati sempre di meno e ormai, da circa 150 anni, hanno iniziato a venire alla luce bambini con le orbite vuote. La scorsa generazione erano pochi ma ora praticamente tutti i bambini sono ciechi e dipendono esclusivamente dagli “occhi cerebrali”. Come ti stavo dicendo, caro diario, devo ringraziare i miei genitori e prima di loro i miei nonni per avermi educato fin da bambino, seppur con tante difficoltà, ad usare gli occhi, al posto di quelli celebrali. Li devo ringraziare perché c’è un piccolo, grande difetto in questi “occhiali”: si alimentano ad energia, e senza energia, niente occhiali e... niente vista. In una situazione come quella che sta vivendo la città in questo momento, non ci sono soluzioni, si deve aspettare speranzosi che il governo accolga le istanze degli operai così saranno contenti e ci riaccenderanno il generatore. Alcuni sospettano che dietro questo black-out ci sia il governo stesso, forse per alimentare un clima di paura e di rabbia nella popolazione. Difficile capire cosa stia davvero succedendo.

21 aprile 2504
Caro diario, ero immerso nel buio quando ho sentito bussare alla porta, mi chiedevo chi potesse essere, erano mesi che nessuno veniva a farmi visita. Con la torcia in mano, mi sono avvicinato alla porta e dietro c’erano i due fratelli Zang, quelli del 13° piano, non so se te ne ho mai parlato. I due ragazzi avevano rispettivamente 15 e 12 anni, di solito erano ragazzi allegri e spensierati ma... questa volta erano molto spaventati ed erano venuti per chiedermi aiuto. Sapevano che io avevo ancora e utilizzavo quotidianamente quegli organi da tutti dimenticati che chiamiamo occhi. Anzi, mi rivelarono che si parlava molto di me nel quartiere e di quanto fossi strano e fuori moda. Seppi che avevano perso i genitori da cinque anni e che vivevano da soli con il nonno, anziano e malato. Fino ad ora erano riusciti a cavarsela bene ma per colpa del black-out i loro occhi cerebrali si erano scaricati e, senza la cybervista, non riuscivano ad aiutare il nonno, non potevano neppure a trovare le medicine a lui necessarie. In quel momento ho provato una gran pena per quella famiglia, il loro nonno poteva avere la mia età e rischiava di morire. Alla fine ho accettato di accogliere loro ed il loro nonno nella stanza che un tempo apparteneva ai miei fratelli. Mi è venuta un’idea: avrei potuto sfruttare questi giorni di black-out e di convalescenza del loro nonno per far riscoprire loro le care vecchie abitudini ormai perdute, come la fiaba della buonanotte, un lavoretto manuale o la lettura di un bel libro dopo pranzo.

25 aprile 2504
Caro Bronx, sono trascorsi quattro giorni da quando condivido la mia casa con i due fratelli ed il loro nonno. L’energia non è tornata e temo che la situazione in tutto il paese si sia aggravata. Naturalmente non è possibile ricevere notizie perché tutti gli apparecchi digitali sono fuori uso, lo intuisco da ciò che vedo fuori dalla finestra: desolazione e silenzio. Noi siamo chiusi in casa e cominciamo a conoscerci meglio. Non me lo aspettavo, ma i due si sono rivelati dei bravi ragazzi, educati e gentili. In questi giorni ho avuto modo di capire fino in fondo quanto le nuove generazioni siano dipendenti dalle macchine. La cosa che più mi ha sconvolto è stata l’ultima invenzione uscita dal laboratorio, gli scienziati hanno inventato delle speciali protesi bio-meccaniche per le gambe in grado di muoversi autonomamente e dotate di sensori che consentono loro di evitare gli oggetti. In pratica, una persona si fa impiantare queste gambe e poi, quando deve andare in un posto, riempie di idrogeno liquido il serbatoio delle gambe e imposta vocalmente la destinazione desiderata. Le speciali protesi si muoveranno da sole fino a destinazione, evitando i pericoli e senza far faticare il corpo umano. I due fratelli apprezzano tantissimo questa invenzione ed hanno girato per casa come delle trottole finché non hanno terminato le scorte di carburante. Come ti avevo anticipato, ho iniziato a dare lezioni ai ragazzi, che probabilmente non avevano niente di meglio da fare e rimanevano in silenzio ad ascoltare. Ho cominciato leggendo loro qualche fiaba classica, Andersen, Esopo, gli autori che amava mio nonno. Sono dell’idea che i libri, soprattutto quelli di carta, insegnino più di ogni altra cosa. I due ragazzi si sono rivelati degli ottimi allievi, ogni giorno più interessati, a volte facevano addirittura qualche domanda. Però non ero ancora soddisfatto, sapevo che non appena la situazione di emergenza fosse terminata, tutto sarebbe tornato come prima. La tecnologia avrebbe di nuovo riempito ogni momento della nostra vita senza lasciare spazio a nient’altro. Poi, il quarto giorno, è successo l’incredibile. Mi ero appena svegliato Bronx, stavo facendo colazione, quando uno dei due fratelli, quello più giovane e magrolino, mi si è avvicinato e con voce quasi spaventata e mi ha detto: ”Signor Valerio, questa notte ho fatto un sogno”. È una cosa bellissima, capisci Bronx? In quel momento gli ho chiesto quale fosse l’argomento del sogno, non era niente di speciale, ma è comunque una bellissima notizia, anzi fantastica. Perché caro Bronx, per sognare hai bisogno di immaginazione. Il sogno è la dimostrazione che le nuove generazioni non hanno perso la capacità di immaginare, la devono solo riscoprire.
PS: dimenticavo di scriverti che il nonno sta guarendo, ha smesso di prendere le pasticche dopo cena. Un’altra bella notizia!

26 aprile 2504
Finalmente gli operai sono stati assecondati e dopo 5 giorni di buio, la lampadina al neon della cucina si è riaccesa. Si è accesa una lampadina anche nella mia testa, ho capito finalmente qual è il mio compito: far riscoprire alla persone la bellezza della mente umana, che è superiore a quella delle macchine. Un uomo può provare emozioni, sentimenti, può immaginare, avere un proprio pensiero ed una propria idea. Le macchine tutte queste cose non le possono e non le potranno mai avere. Questo devono capirlo tutti... soprattutto i giovani. E spettava a me, un vecchio di 94 anni, il compito di dirlo a tutti.

25 maggio 2512
Caro Bronx, come stai? Io sono felice ed emozionato di tornare a scriverti qualcosa dopo tanti anni. Sono certo che in questo periodo sei stato in buone mani, i miei due “nipoti” acquisiti, ti hanno certamente trattato bene e raccontato tante nuove avventure. Ma oggi ho chiesto loro di poterti riavere per un giorno. Voglio salutarti per l’ultima volta. Il mio tempo sulla Terra infatti sta per finire, non penso che avrò altri momenti a disposizione per salutarti. Devo ammettere che gli ultimi otto anni sono stati i più belli della mia vita, ma anche i più faticosi. Ormai non ho più l’età, 102 anni sono tanti, anche con l’aiuto delle ultime innovazioni farmacologiche. Ho passato una vita da emarginato, tutti mi consideravano strano perché non accettavo la tecnologia, ma non capivano erano loro ad essere strani. Non è matto chi non si fida delle macchine ma chi invece ha troppa fiducia nella tecnologia tanto da esserne completamente dipendente. In questo momento sto scrivendo dalla scrivania della camera di quando ero bambino, il luogo dove è nata una grande amicizia: la nostra caro Bronx. Come ti dicevo gli ultimi anni sono stati i più faticosi, ma ho fatto il massimo che ho potuto, ho organizzato lezioni, congressi virtuali su THUNDER TUBE (il sito online con più visualizzazioni degli ultimi anni), sono andato in TV e qualche spiritoso ha anche scritto una canzone su di me dal titolo “Il pazzo che non vede”. Insomma, ho ricevuto molte critiche, c’è chi dice che sono solo un vecchio svitato e che la mente umana ormai è il passato, che questa è la generazione dei robot, che devo tornare sulla poltrona a leggere e che non dovevo disturbarli per sciocchezze del genere. Ma io ho tenuto duro e ho ricevuto anche tanti complimenti, tanto sostegno, tanto affetto. La cosa che mi fa più piacere è che la maggior parte dei miei fan sono bambini. C’è gente che ogni giorno mi scrive, ”Signor Valerio, oggi sono finalmente sono riuscito a sognare, la devo ringraziare”. Tutto ciò mi rende felice, ho fatto del bene ai miei concittadini, o almeno ci ho provato. Caro Bronx, ora ci dobbiamo salutare, sei stato un grande amico, mi hai tenuto compagnia e aiutato nei momenti peggiori della mia vita. Ora ti lascio ai miei ragazzi, avranno cura di te. Non ti scorderò mai, spero che i prossimi secoli saranno fruttuosi per l’umanità e che le macchine non saranno mai considerate superiori alla mente umana. L’uomo sa fare cose che le macchine non faranno mai. La mente umana È IN GRADO DI FARCI SOGNARE !!! ADDIO CARO BRONX, ALLA PROSSIMA AVVENTURA E SOGNI D’ORO.

Davide Pulidori, II B - I.C. via Mommsen, Roma

Racconto secondo classificato al Premio A.A. Fantascienza Cercasi 2018 riservato agli studenti delle scuole medie del Lazio.



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