Cosimo Argentina: per il Taranto in A pellegrinaggio a casa di Sciannimanico

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Interviste a scrittori tifosi di calcio per parlare soltanto di calcio: dello stadio, della fede, dei giocatori preferiti, delle nemesi, delle figurine...e di tanti vecchi sogni: questa è la nostra rubrica “Caffè Sport”. Classe ‘63, tarantino di nascita e fede - ma vivendo a Milano da anni di fede anche rossonera -, ex calciatore (semi professionista) e ora scrittore (professionista) Cosimo Argentina è il maschio adulto solitario del panorama letterario italiano. Uno impastato e cresciuto a pane, calcio e letteratura. Chi meglio di lui dunque come ospite del nostro spazio in bilico tra parole e pallone?




Per fare il figo à la Gianni Mura volevo iniziare l’intervista cercando un parallelismo tra la tua narrativa e l’ars pedatoria di qualche ex calciatore. Ma siccome nonostante la barba bianca non sono Gianni Mura non m’è venuto in mente nessuno che unisse la ferocia gattusiana delle tue parole incise con lo scalpello al talento cristallino baggesco della tua prosa mischiata all’outsiderismo (si dice?) antidivistico del tuo vivere la vita e la carriera da scrittore, diciamo à la Darione Hubner. Ce l’hai tu qualche calciatore nel cui modo di stare in campo rivedi il tuo modo di scrivere e riprodurre il mondo che ti circonda?
Se dovessi esagerare direi Éric Cantona. Era un duro, ma sapeva quello che faceva, con la palla tra i piedi. Se dovessi trovare un’alternativa Nestor Combin, un franco argentino che giocò nel Milan nel Torino, nella Juve e nella Fiorentina, un vero combattente massacrato durante la finale di coppa Intercontinentale dai suoi connazionali dell’Estudiantes. A scendere di livello ti dico Alan Minter, ma mi sa che quello era un pugile sicché non vale. A scendere ancora ti dico Angelo Frappampina.

Sei stato calciatore semi professionista arrivando alle soglie della prima squadra ‒ dividendo per altro la retroguardia rossoblu con il grande Angelo Gregucci. È nato dunque prima l’Argentina calciatore dello scrittore?
Senza dubbio. Vivevo col pallone sotto il braccio, fin da piccolo. Non leggevo altro che la Bibbia Album Figurine Panini, potevo citarti a memoria la carriera di Roberto Antonelli da Morbegno e l’albo d’oro della Mitropa Cup. Per scrivere ci vuole la distanza giusta e io al tempo ero impegnato a vivere e vivere voleva dire consumare la scarpe sotto casa, cercare uno sterrato in periferia e fare il tocco per le squadre. Far cucire a mia madre il numero cinque su una slabbrata maglietta blu con risvolti gialli o imitare una discesa di Pasinato sulla fascia destra. La scrittura e la lettura sarebbero arrivate dopo, molto dopo.

Ti sei mai pentito di esserti fermato a un passo dal professionismo?
No. Guardando scendere in campo altri come ad esempio, per citare quelli con cui ho avuto la ventura di giocare, Gregucci e Progna, devo ammettere che erano di un altro livello. Io ero un buon difensore, ma c’è un punto oltre il quale quelli davvero bravi si staccano dalla massa ed emergono e io non avevo le carte in regola per arrivare. Dopo i fasti iniziali ho fatto un po’ di seconda e terza categoria, ma in una mediocritas assoluta.

Cosa ha rappresentato il calcio per te da bambino, da ragazzo e ora?
Da bambino il gioco, da ragazzo tutto. Tutto vuol dire arrivare a scuola ai salesiani un’ora prima, cioè alle sette e mezzo, per poter giocare con due porte vere. Vuol dire chiedere alla propria ragazzina posso chiamarti Alviero Chiorri? Preparare le trasferte con i tifosi del Taranto e via discorrendo. Oggi il calcio lo seguo, ma con un po’ di distacco. Ma se c’è una partita me la vedo, anche se è il posticipo di serie C o il campionato juniores. Oggi apprezzo il gesto tecnico, il lato agonistico, nonostante il distacco citato, mi emoziona ancora, questo gioco. Arrivando a San Siro per la partita di addio di Marco Van Basten ho provato i brividi come da ragazzino. Oggi nel sentire i critici farfugliare di tattiche e litigare su un rigore mi rompo le palle perché se sei sul rettangolo verde è tutta un’altra storia. Gli sportivi da divano mi annoiano.

Il tuo primo ricordo da tifoso a quando risale?
Nel 1969 mio zio mi portò a vedere un Taranto-Catania zero a zero. Partita noiosa, ma a dieci minuti dalla fine l’ala sinistra del Taranto, Bruno Beretti, si lanciò a volo d’angelo su un traversone in area e prese la palla di testa. Il cuoio impattò contro la traversa. Mi sembrò un gesto bellissimo e vidi che la gente si era emozionata e sentii quell’uhuuu che per me è più esaltante dell’urlo goool. Quello è il primo ricordo.

Il calcio come la letteratura è capace di raccontare e scandire le grandi emozioni della nostra vita. È per questo che compare spesso nei tuoi romanzi?
Perché è la metafora del combattimento. Chi non ha fatto la guerra, come scrittore, perde un 45% della sua forza narrativa. Il calcio porta acqua al mulino della disputa. E poi narro spesso di chi sono e chi sono stato e cosa avevo intorno e intorno a me spesso c’era il calcio foss’anche ascoltare mio padre e mio zio che bestemmiavano guardando il derby di Milano alla televisione.

Dimmi il tuo undici calcistico e quello letterario ideale…
Mah, sono umorale e cambierei idea da un giorno all’altro, ma ci provo. Albertosi, Carlos Alberto, Maldini (o Cabrini), Pirlo, Krol, Beckenbauer, Cantona, Neeskens, Cruijff, Maradona (Pelé, Messi), Cristiano Ronaldo, ma potrei comporre altre sette formazioni, a dire il vero, perché lascio fuori troppi fenomeni come Platini, Zidane, Van Basten, Rivera, Mazzola padre e Mazzola figlio, Baggio, Sivori e tutta l’Olanda degli anni Settanta, Alfredo Di Stefano... In letteratura… Gabriel Garcia Márquez, Dostoevskij, Conrad, Edgar Allan Poe, Bukowski, Philip Dick, Kafka, Céline, Hemingway, Pessoa (o Mario Rigoni Stern) e Cormac McCarthy. Ma anche qui restano fuori in troppi.

E i tuoi 90 minuti memorabili?
20 novembre 1977, serie B, Taranto-Bari 1-0. Rete al 73’ di Erasmo Iacovone.

Da bambino poster in camera di?
Vari nei vari anni. Gigantografia di Gianni Rivera presa da “Forza Milan”. Poster dell’Italia degli europei dell’80, poster di Jan Tomaszewski, poster di Rudy Krol, poster dell’Olanda 1974, poster di Luciano Chiarugi che segna da calcio d’angolo, gigantografia di Mario Kempes e immagino altri ancora.

Conservi qualche cimelio dei tuoi anni da tifoso?
Sì, il gagliardetto del Taranto calcio e quello del Monza che si scambiarono a centrocampo Ruben Buriani, capitano del Monza e Cicciobello Nardello sul finire degli anni Settanta. Pallone di cuoio di un Taranto-Pescara di coppa Italia risolta nel finale da Federico Caputi. Autografi dei calciatori del Taranto degli anni ‘70. L’autografo di Eusebio che incontrai in Angola. Gli album Panini di quattro cinque anni. Tagliandi vari di partite del passato tra cui un Milan-Inter 6 a 0. La sciarpa della Fossa dei Leoni, il primo gruppo organizzato di ultras, datata 1970… anzi no, la sciarpa della Fossa l’ho regalata a un alunno cinque anni fa perché avevo incontrato un quindicenne più malato di me di calcio e allora meritava di averlo lui, il cimelio, un simbolico passaggio di consegne.

Taranto in serie A. Cosimo Argentina disposto a...?
Scrivo la biografia di Sant’Agostino e porto la prima copia firmata (solo da me visto che Sant’Agostino ha tirato le cuoia da un pezzo) ‒ andandoci a piedi ‒ fino a casa di Arcangelo Sciannimanico, dovunque abiti.

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