Film e libri a Venezia 75

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Che il cinema e la letteratura possano essere considerati in maniera abbastanza scontata e immediata fratelli - o forse, per meglio dire, gemelli diversi - è un dato di fatto assodato, noto, risaputo, quasi pleonastico a dirsi, tutto sommato: più facile e frequente che il primo tragga spunto dalla seconda, ma non è detto che non possa avvenire anche il contrario.




Si tratta di due modalità comunicative certamente diverse, e che non è nemmeno corretto paragonare in maniera pedissequa, instaurando un confronto che sovente rischia di non elevarsi molto dal livello della chiacchiera da bar secondo la quale una versione è tout court meglio dell’altra, ma entrambe rispondono a un’esigenza: dare corpo a delle emozioni, trasmetterle e condividerle. In un caso più propriamente attraverso l’immaginazione del singolo, il regista, che le filtra alla sua maniera e le propone al pubblico, nell’altro mediante quella di ognuno, che può anche però dal canto suo non rispecchiarsi mai nella visione di un altro. Ogni verità, d’altronde, non è mai assoluta, ma caratterizzata da un particolare punto di vista.

La mostra d’arte cinematografica di Venezia, giunta quest’anno alla sua settantacinquesima edizione e attualmente in corso di svolgimento presso il lido della città lagunare più nota al mondo, naturalmente non fa eccezione: sono numerose le opere filmiche che infatti traggono spunto da una base letteraria. Se finanche A star is born, quarta versione - e film evento della stagione dal punto di vista più glam - di quello che in fondo altro non è che il mito di Pigmalione, che trova nella fattispecie una valida e funzionale interprete in Lady Gaga, si fonda esplicitamente anche sulla sceneggiatura della trasposizione del 1976 che vedeva protagonista Barbra Streisand e che porta, fra le firme, quella prestigiosissima di Joan Didion, esponente di spicco del new journalism e autrice magnifica (Prendila così, Diglielo da parte mia, Democracy, Miami, L’anno del pensiero magico, Blue nights, Run river), non possono mancare ulteriori esempi che sottolineano la ricorrenza di questa interconnessione: per esempio, Luca Guadagnino, che già si è avvalso di André Aciman (qui la nostra intervista esclusiva e James Ivory per il suo stupendo Chiamami col tuo nome, e che ha come aiuto regista Ferdinando Cito Filomarino, autore qualche anno fa di un pregevole biopic sulla figura di Antonia Pozzi, ha in questa occasione dato vita alla sua versione - riuscita, elegante, grandguignolesca, aronofskyana, bauschiana, pienissima di riferimenti anche alla valenza dell’arte e del bello, che nella Germania del 1977 in cui ambienta la storia rimanda immediatamente alle teorie della scuola di Francoforte - di Suspiria, prendendo le mosse dal film di Dario Argento che a sua volta si muoveva dalla trama di un romanzo di Thomas de Quincey.

E come dimenticare Audiard, al suo primo film in lingua inglese, con The Sisters brothers, adattamento cinematografico del romanzo di sette anni fa con cui Patrick de Witt entrò nel novero dei finalisti al Booker Prize ed edito in Italia da Neri Pozza col titolo Arrivano i Sister, che vede validi protagonisti Jake Gyllenhaal, Joaquin Phoenix, John C. Reilly, Riz Ahmed, Carol Kane, Rutger Hauer e molti altri, per la storia archetipica ma niente affatto banale di due fratelli molto diversi fra di loro, segnati da un passato complesso che vanno alla ricerca, pur nel contesto del mito di fondazione del West, nel quale ogni emozione, in primo luogo l’avidità legata alla bramosia di ricchezze materiali, è esasperata, di qualcosa di molto più prezioso dell’oro, ossia la felicità. Fortissima poi l’impronta letteraria, che ricorda il respiro epico della Warlock di Oakley Hill, dell’ultima opera dei fratelli Coen, The ballad of Buster Scruggs, sei episodi sapidi e nei quali l’intera gamma delle sensazioni umane è ben raccontata. Del resto di questo parla la letteratura, di vita e di emozioni, del presente cui si rivolge anche quando racconta un altrove: sono le luci delle case degli altri, per citare il bel titolo di Chiara Gamberale (qui la nostra intervista esclusiva), quelle che fanno accendere la scintilla nel cuore dell’autore, e ogni prodotto umano non può che conservare tracce del suo artefice. Proprio il tema del film di Assayas passato dal Lido, Doubles vies – Non fiction, in cui il sempre ottimo Guillaume Canet interpreta un editore che non si rassegna al mutare dei tempi, e non solo…



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