Flavio Santi e l’estate di Zico

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Interviste a scrittori tifosi di calcio per parlare soltanto di calcio: dello stadio, della fede, dei giocatori preferiti, delle nemesi, delle figurine...e di tanti vecchi sogni: questa è la nostra rubrica “Caffè Sport”. Zitti tutti, oggi abbiamo Flavio Santi: narratore e poeta friulano, classe 1973. Limpido patrimonio delle patrie lettere, ha esordito, in narrativa, pubblicando Diario di bordo della rosa (PeQuod, 1999). Suoi massimi risultati sono, sin qua, il memoir Aspetta primavera, Lucky (Socrates, 2011) e il saggio Il Tai e l’arte di girovagare in motocicletta. Friuli on the Road (Laterza, 2011). Negli ultimi anni, ha dato vita alle avventure dell’ispettore Drago Furlan, tifoso sfegatato dell’Udinese, per Mondadori. E noi di Udinese soltanto parleremo, come si conviene nel nostro “Caffè Sport”.




Ricordi la prima volta che sei entrato allo Stadio Friuli? Che partita si giocava? Che emozioni hai vissuto, e chi ti ha accompagnato? Soprattutto: com’era, lo stadio?
Doveva essere l’amichevole Udinese-Real Madrid dell’estate ‘83, l’estate di Zico. Ero in curva con mio zio Glauco e miei adorati cuginastri friulani. Era il vecchio stadio Friuli con la pista di atletica, con una visuale non bellissima, ma in campo c’era Zico, e questo bastava. Ricordo ogni dettaglio di quell’estate. L’annuncio dell’acquisto di Zico – ero a casa di un amico meccanico di mio padre –, l’assurdo tira e molla (lesa maestà! Come osa una squadra di provincia comprare il grande Zico ambito da Roma e Juve!), le amichevoli, la marcia trionfale, l’esordio a Marassi, i cinque gol al Genoa… (Ah, poi Udinese-Real finì due a uno per noi).

Cosa ha rappresentato per te Arthur Antunes Coimbra, detto Zico? E cosa rappresenta, ancora oggi, il suo biennio in Friuli? Un’incompiuta, un sogno o un terribile rimpianto?
Un bellissimo rapporto di amicizia, direi, soprattutto. La squadra era buona, ma non vincemmo niente… Eppure quell’uomo è stato per il Friuli un simbolo, un esempio, una specie di emigrato “friulano” che torna alle sue radici. Zico è friulano, ha le caratteristiche intrinseche della gente friulana: serietà, profilo basso, cordialità, umiltà… E poi in campo era poesia pura, uno spettacolo di rara bellezza. Forse soltanto Van Basten (o Cruijff) è stato altrettanto “poetico”. Neymar, Messi, Ronaldo sono dei campioni eccezionali, ma come dire?, sanno di plastica, sono finti. Più che uomini sono dei brand. Un romanzo su Ronaldo sarebbe privo di interesse e attrattiva. La storia di un vincente, bello, perfetto, senza sbavature. Che noia. Io invece ho sempre amato i talenti in situazioni al limite. Qualche altro esempio? Paulo Futre – quello dell’Atletico, non quello della Reggiana, per carità – o Claudio Borghi – quello dell’Argentinos però, non del Milan –. Come in poesia cerco il fiore raro, il talento espresso ma per qualche ragione bruciato troppo presto: Massimo Ferretti, Remo Pagnanelli, Beppe Salvia… Sperpero è una parola – e un’idea – che amo molto.

Totò Di Natale ha smesso di giocare da poco, chiudendo con il record di presenze e di reti con la vostra maglia [446-227]. Quanto è stato trascurato – o peggio, sottovalutato – dalla stampa italiana e internazionale? E perché?
Un altro genietto che ci ha onorato della sua presenza. Totò è un ragazzo semplice, poco “personaggio televisivo”, proprio come Zico. Lui parlava in campo. Certo, in una società in cui conta più l’apparire che l’essere, lui faceva notizia quando giocava, non fuori… Per il resto era come se non esistesse. Meglio così. La dimensione della provincia ti instilla un profondo senso del limite.

Come centravanti, hai avuto più soddisfazioni da Abel Balbo o da Oliver Bierhoff? C’è stato qualcosa, in ognuno dei due, di tipicamente friulano o almeno di vagamente friulano?
Lo scrittore Sergio Maldini dice che in ogni friulano c’è un lato solare, concreto, e uno lunare, pazzoide. Abel è l’estro, il colpo di genio. Oliver la solarità, la concretezza contadina. L’uno integra l’altro. Ed entrambi rimandano a due realtà, Argentina e Germania, che gli emigrati friulani conoscono bene.

Come avete vissuto, a Udine, la storica rivalità con la Triestina, in questo mezzo secolo (circa) di piena decadenza dell’Unione? Derby giocati sono stati pochini. Cosa ci stiamo perdendo, cosa ci siamo persi?
Della Triestina ricordo soprattutto il buon De Falco, ottimo centravanti degli anni Ottanta, se non erro ancora il miglior realizzatore in assoluto. Ci sono i mitici racconti degli anni Sessanta e Settanta, ma solo racconti perché io non vi ho assistito. Poi la follia degli scontri per il derby dell’83-84, con Zico in campo, la morte di Stefano Furlan – una bruttissima pagina quella. In quei derby c’era comunque qualcosa di ancestrale, città contro campagna, piacere contro dovere, impero veneziano contro Cacania. Un nodo complesso. Meriterebbe un romanzo a sé.

Qual è la stagione che ricordi con più orgoglio, e perché?
Be’, la prima di Zico, 83-84, indimenticabile. Piena di poesia – e dunque di attesa, di scialo, di giovinezza, di sperpero. Non vincemmo niente, e questo la rende ancora più dolce e bella.

Quali sono stati i tre calciatori dell’Udinese che più ti hanno ispirato, in questi anni? Cosa ti ha ispirato, in particolare?
Naturalmente Zico. E te ne dico altri dieci: quelli che erano intorno a Zico in quel lontano ‘83-84. Tutti. Anche “armaron” (armadione) Cattaneo, lentissimo difensore – eh, la difesa quell’anno non era il nostro punto forte! Massimo Mauro, Gigi De Agostini, Gerolin, il portierone Brini, Edinho, Galparoli, Baron Causio… Tutti i pirati di quella stramba ma allegra nave… E l’allenatore, il baffuto Enzo Ferrari… un sacco di baffi quell’anno… Come vedi, cito spesso Zico. Nostalgia? Più che nostalgia, direi che è “struggimento”, per usare una categoria cara allo scrittore Michele Mari – una sorta di Zico delle lettere. Il lento consumarsi – struggersi appunto – per qualcosa di ormai inafferrabile, ma intimamente bello e vivido.

Dino Galparoli e Valerio Bertotto: due bandiere dell’Udinese degli ultimi quarant’anni. Raccontaci qualcosa di loro, qualche tuo ricordo...
Galparoli l’ho incontrato di recente, quando Zico è tornato a Udine. Gli ho dato una bella pacca sulla spalla, ha ancora certe spalle il nostro capitano. Una foresta di capelli. Sia lui sia Valerio meritavano la nazionale – Valerio in effetti qualche presenza l’ha fatta, ma troppo poco per il talento che aveva –, ma all’epoca non si pescava in provincia, guai. Sublime idiozia.

Quali sono i tuoi riti scaramantici nel prepartita? C’è qualcosa che devi assolutamente fare prima di certe partite, oppure riesci a far finta di niente?
Faccio finta di niente, per carità, e che Dio ce la mandi buona… (Mi raccomando a Dio, da cui viene anche il nostro saluto Mandi… [mi racco]mandi [a Dio]…) Tifare una squadra come l’Udinese è una sana lezione di relativismo… e di humilitas… soprattutto in questi ultimi anni…

Che cosa ha rappresentato, per te e per i tifosi dell’Udinese, la trasformazione del vecchio, glorioso Friuli in “Dacia Arena”? Passo avanti, passo indietro? Evoluzione o metamorfosi?
Senza la pista di atletica si vede molto meglio, e poi la stadio è davvero un piccolo scrigno, frequentatissimo dalle famiglie. Un bell’ambiente insomma. Una specie di osteria centuplicata, si respira quel clima allegro e conviviale. Entrare al Friuli (perché sarà sempre lo Stadio Friuli per noi tifosi, per una evidente ragione di radicamento territoriale) è sempre emozionante. I cori in friulano, le signore con i thermos, i bambini. È come entrare a casa – o in un’osteria, appunto.

Il patron Pozzo ti convoca in sede e ti chiede di scegliere il nuovo mister. Chi vorresti? E perché? Come immagini la tua Udinese dei sogni, come vorresti giocasse?
Come puoi immaginare io chiamerei Zico ad allenarci. O un allenatore della tempra di Mondonico – ce ne sono? Per noi è fondamentale vivere, non vincere. Questo è uno degli insegnamenti del tifare una provinciale. (Breve annotazione linguistica: come vorrei che l’aggettivo provinciale avesse un’accezione positiva, e non negativa!). Oggi la squadra è bella perché è multiculturale, fatta di moltissimi ragazzi giovani, e anche questo è molto bello. Vorrei solo che non si avesse troppa fretta con loro e li si lasciasse maturare. (Altra cosa: esiste un tempo “provinciale”, che come ricorda Attilio Bertolucci ha un passo lento e meditativo.) Che non li si vendesse subito insomma. L’Udin – così chiamiamo la squadra, proprio come la città, perché c’è una fortissima identificazione – è bella perché è solare e lunare, concreta e pazza. Come noi friulani.

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