Francesco Savio: essere juventino? Il modo più bello che conosco per non essere italiano

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Interviste a scrittori tifosi di calcio per parlare soltanto di calcio: dello stadio, della fede, dei giocatori preferiti, delle nemesi, delle figurine...e di tanti vecchi sogni: questa è la nostra rubrica “Caffè Sport”. Bresciano di nascita e juventino forse persino da prima, Francesco Savio di libri e di calcio ne ha masticati parecchi. Dopo tanti Caffé Sport presi con “avversari”, finalmente riesco a intervistare uno scrittore “zebrato”, per altro fresco neoscudettato.




Partiamo dal principio. La prima parola è stata “mamma” o “Platini”?
La prima parola è stata “Cabrini”. Pronunciata da mia sorella adolescente, interrogata da me bambino in merito all’identità dell’uomo presente-incollato in varie forme fotografiche su fogli di cartone colorato di grandezza A3 appesi alla parete della nostra camera. Un uomo abbronzato con i denti bianchi, un uomo con i braccialetti sottili di stoffa che abbracciano i polsi, un uomo che corre inseguito da un altro in maglietta verde dell’Avellino.
- Cristina, ma chi è quello lì?
- Antonio Cabrini, gioca nella Juventus.
- Ma papà tiene all’Inter.
- Noi alla Juventus.
Così, in sintesi, sono diventato juventino. Una spiegazione storica, non credo inventata, certamente emozionale. Con la differenza che, mentre mia sorella come molte ragazzine dell’epoca amava il Bell’Antonio, di un amore così splendidamente anni ottanta fatto di ritagli e colla; io invece, sfogliando il “Guerin Sportivo”, guardando “90º minuto” e il secondo tempo di una partita la domenica sera su Rai Due, mi sarei innamorato a stretto giro di posta di quello con i ricci, con la maglietta fuori dai pantaloncini, con il numero 10 sulla schiena: Michel Platini. E quindi, della Juventus. Esiste anche una spiegazione sonora, di percezione musicale della lingua. Da bambino mi capitava di ripetere ad alta voce i nomi delle squadre: Roma, Lazio, Fiorentina, Genoa, Sampdoria. Ma quanto era più bella la parola “Juventus”? Mi accade pure da adulto, mentre sto facendo altro. Ad esempio quando passeggio lungo le strade di Milano, oppure quando in estate arrivo sulla cima di una montagna, o ancora quando sistemo i volumi in libreria. Mi fermo e dico a me stesso: “Juventus”. Esiste parola più bella?

Il tuo primo ricordo bianconero?
Il mio primo ricordo è una maglietta bianconera acquistata all’emporio vicino all’oratorio. Negozio ormai scomparso, che vendeva non rammento di preciso cosa, articoli vari e spesso sportivi, di sicuro dei palloni e tre fondamentali tipi di maglie: quella bianconera, quella rossonera, quella nerazzurra. A girocollo, senza scritto niente. Che avrebbero potuto essere di Ascoli, Foggia, Pisa. Ma che ovviamente erano per noi le maglie di Juventus, Milan e Inter. Questa maglietta con le maniche lunghe, indossata in maniera ossessiva durante i pomeriggi trascorsi a giocare a calcio, fino a quando scendeva il buio e non si vedeva più il pallone, facendo finta di essere Platini, Tardelli, Rossi, Boniek.

Da bambino poster in camera di?
Michel Platini, chi altri? Ricordo però anche l’acquisto di un poster “a grandezza naturale” di Diego Armando Maradona. Con mia madre che dice:
- Sei sicuro? Non è della Juve.
- Ma è a grandezza naturale.
- Se è per quello, Maradona è alto un metro e sessantacinque.

E la tua prima Juve dal vivo?
L’11 gennaio 1987, allo stadio “Mario Rigamonti”: Brescia-Juventus, sotto una fitta neve. Il pallone arancione, o forse rosso come raccontato da un servizio Rai del tempo? Una traversa di Laudrup, un palo di Serena, un gol annullato a Brio, Platini che manda a lato l’ultima occasione: zero a zero. Claudio Branco, brasiliano del Brescia, che guarda stupito la neve perché non l’aveva mai vista. Io che comunque vedo poco: Platini che in scivolata finisce in un cumulo di neve oltre la riga di fondo, sotto la curva nord. il contenuto dispiacere perché la visibilità dagli spalti era quasi nulla. Ma era la Juve, era Michel Platini. E giocavano nella mia città.

Come si è evoluto il tuo essere tifoso negli anni?
Ho sempre tifato per la Juventus e per il Brescia, nel corso degli anni modificando l’entità della mia passione per l’una o per l’altra squadra, ma provando le emozioni maggiori per i bianconeri. In generale il mio desiderio era che la Juventus vincesse sempre, ragionando in termini di classifica quando i torinesi si trovavano di fronte le Rondinelle. Dagli anni duemila, forse a causa del mio trasferimento a Milano, senza dubbio come reazione all’orrore giustizialista a senso unico di Calciopoli, la mia passione per la Juventus è diventata assoluta, una forma di gioiosa resistenza al volgare sentimento popolare anti-juventino che domina i pensieri dello sportivo medio italiano. In ogni caso “quanto fa il Brescia?”, lo controllo sempre.

Il tuo giorno da tifoso più bianco e quello più nero?
Il più bianco due notti in bianco, giapponesi: Juventus-Argentinos Juniors (1985) e Juventus-River Plate (1996). Più la serata romana di Juventus-Ajax, 1995. Ok, sono tre. Il più nero la sconfitta ai rigori contro il Milan a Manchester, nel 2003.

Conservi qualche cimelio dei tuoi anni da tifoso?
Una bandiera degli anni Ottanta con la scritta “Juve, regina di coppe”, prodotto non ufficiale generato dopo la conquista da parte della Vecchia Signora di tutte le coppe europee. Un pupazzetto in plastica di Zidane con la maglia numero 21, tipo quelli che regalavano alle stazioni di servizio IP per Italia ‘90 (ma in maglia bianconera, e Zinedine in questa versione ha un sacco di capelli). Un cartolina, datata 22 novembre 2010, scritta e firmata da Andrea Agnelli che mi ringrazia per aver ricevuto in regalo una copia del mio primo romanzo, Mio padre era bellissimo. Grazie ancora, Andrea. Un cappellino della Juventus autografato da Andrea Pirlo per mio figlio Pietro.

Nei tuoi romanzi il calcio come “formazione” non manca mai. Mi dai il tuoi undici letterario?
Non è per niente facile, ma ecco la mia formazione, senza pensarci troppo altrimenti è impossibile. Alcuni giocatori che metto in panchina sono chiaramente più forti di certi titolari, ma sono un romantico. Mi assumo comunque le mie responsabilità. 1 Emil Cioran 2 John Cheever 3 Julio Cortazar 4 Luciano Bianciardi 5 Franz Kafka 6 Beppe Fenoglio 7 Jack London 8 Aldo Busi 9 Giuseppe Berto 10 Richard Yates 11 Enrique Vila-Matas . A disposizione: 12 Albert Camus 13 John Fante 14 Marcel Proust 15 Louis-Ferdinand Celine 16 Francis Scott Fitzgerald 17 Fedor Dostoevskij 18 Philip Roth 19 Ernesto Sabato 20 Kurt Vonnegut jr 21 Robert Walser. Allenatore: Fernando Pessoa.

Per vincere la maledetta (la Champions League, ndr) saresti disposto a?
Per vincerne una? Non sarei disposto a niente. Per vincerne due consecutive invece potrei accettare di perdere uno scudetto all’ultima giornata, contro la Lazio, con doppietta di Poborsky. Inter campione d’Italia.

I 90 minuti che non dimenticherai mai?
Direi Juventus-Argentinos Juniors 6-4. Il gol-balletto capolavoro di Platini, annullato. Il suo riposarsi polemico sdraiato sull’erba, dopo la decisione dell’arbitro, con la solita intelligente classe. Il miracolo di Michelino Laudrup dalla riga di fondo dopo il triangolo con Michel. Il terreno di gioco che era un campo di patate. Le infinite trombette del pubblico in sottofondo perenne.

Cosa vuol dire essere juventino?
Essere juventino è il modo più bello che conosco per non essere italiano. È un po’ come vivere in montagna in Alto Adige, ma senza neve. Io la neve non riesco a reggerla per molto tempo, dopo una settimana già ne ho abbastanza. Ho freddo, scivolo, tendo a chiudermi in casa. Ma essere juventini in Italia, che privilegio, circondati da chi non riconosce quasi mai il merito, da chi vuole rivedere sempre il replay, da chi valuta l’entità della trattenuta, da chi celebra il ventennale anniversario di un contatto in area di rigore. E non il gesto tecnico, l’intuizione tattica. E poi la possibilità di emozionarsi ogni volta alla vista della lettera J mentre leggo un giornale, perché penso che si stia parlando della Juventus.

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