Èpos

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Ufficio. Venerdì sera. Il weekend è alle porte ma il protagonista di questa storia preferisce tornare a casa, ci si è appena trasferito e ha bisogno di starci quanto più tempo possibile perché diventi il suo rifugio. Sulla via di casa, nel mezzo di una strada alberata, lo ferma un uomo in giacca e cravatta: è buio e quasi lo tira sotto con la macchina. L’uomo lo avvisa di non proseguire, perché più avanti sta bruciando tutto. Dopo poco infatti il percorso in auto è interrotto da un grosso tir rovesciato in mezzo alla strada. Sull’asfalto c’è del pesce e poco distante dal grande mezzo si intravedono due gambe stese orizzontalmente, in mezzo alle fiamme che si sviluppano rapide: sono quelle del camionista, ha un grosso pesce spada infilzato sulla guancia. Sembra quasi una barzelletta ma non lo è. L’uomo risale in auto con la speranza di trovare un aiuto per il camionista ferito ma giunto in città le strade sono deserte eccezion fatta per un bambino. L’uomo si ferma a chiedergli se abbia bisogno di aiuto ma in quel momento si affaccia dal finestrino mezzo aperto una sagoma: è incappucciata e ha una pistola in pugno, dice di aver bisogno dell’auto (di quell’auto) per salvare il bambino, infatti subito dopo spara a una donna. L’uomo carica in auto il tipo con la pistola e il bambino: la città è diventata un luogo insicuro, l’Inferno, assicura il giustiziere mascherato. E se si vuol sopravvivere è necessario cercare un’arma e non fidarsi di nessuno…

Il titolo del libro è volutamente ingannevole, “èpos” è infatti la parola greca con cui si intende una narrazione di un eroe o di un popolo: l’Iliade, l’Odissea, l’Orlando Furioso o il Ciclo di Re Artù. Il lettore presto si interroga su quale significato dare al titolo rispetto alla storia a fumetti al suo interno. Si potrebbe trattare di epica postmoderna. Onirica. Il protagonista della storia, di cui non si rivela mai il nome ma solo la sua professione, il pubblicitario, è coinvolto in una sorta di apocalisse in cui le persone sono costrette a nascondersi a causa di un mostro. Il loro modo di agire all’interno della storia sembra illogico, frutto dell’inconscio, per questo le pagine hanno il sapore di un lungo sogno notturno, in cui possono capitare le cose più assurde ma chi le vive continua a decodificarle come cose plausibili, addirittura normali. La mente dell’autore forgia i personaggi quasi come degli archetipi che con le loro azioni descrivono il senso di perdita dei valori e alienazione sempre più diffuso nella nostra società. L’eroina è poco più che una comparsa, il cestista non rappresenta il gioco di squadra ma si occupa unicamente di se stesso, il filosofo non insegna ma perpetua il caos anche fra i ragazzi più giovani, che lo trattano come un vecchio dinosauro più che come una guida. In questo marasma umano non esiste una direzione narrativa, ma tutto sembra implodere e soffocare nel nulla che si esplica con le vie deserte della città. Una curiosità che lascia il segno, è che Marco Galli ha scritto e disegnato Èpos pochi mesi prima di essere colpito da una malattia rara, la sindrome di Guillain-Barrè, che lo ha paralizzato a letto per molti mesi e da cui si è ripreso solo dopo una lunga e difficoltosa fisioterapia. Nel libro il suo alter ego, un paramilitare che svolge delle ronde in città, in una delle tavole è steso a terra in un appartamento: un comportamento del tutto insensato, infatti il suo collega pensa sia morto e lo incita ad alzarsi ma lui è come paralizzato. A livello grafico il segno è digitale, grossolano, pop o underground come si preferisce pensarlo, con una palette in cui esistono solo il nero, il bianco e il grigio a eccezione di un paio di tavole in cui compaiono anche il rosso (colore pubblicitario per eccellenza) e il verde acido. Un poema poco epico che ha piuttosto i risvolti di un incubo indotto da cattiva digestione, che resta comunque impresso nella retina del lettore proprio come accade al risveglio dal sogno.



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