Affari di famiglia

Affari di famiglia
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Una vecchia fotografia, mangiucchiata ai bordi dal tempo più che dai tarli. Dentro la cornice, un po' racchiusa, un po' intrappolata, la famiglia. Rappresentata nella sua crudele interezza, grappoli di figli e nipoti compresi, impressa sui giorni trascorsi, unita a causa della mancanza di spazio e non per l'insostituibile piacere dell'abbraccio. È il parentame di Al, perdigiorno e procrastinatore provetto (con tanto di pargolo abbandonato che non vede da anni), richiamato all'ordine dalla sorella Greta, autoinvestitati ufficialmente di indire una riunione in occasione del novantesimo compleanno del patriarca. Da ogni anfratto della città, svogliatamente, i componenti suonano alla porta, una bottiglia di vino in una mano, opportunismo nell'altra: di chi sarà l'eredità del vecchio moribondo? Greta, tuttavia e per puro narcisismo, non può dare l'amato padre per spacciato, non ancora. La polemica si innesca sull'argomento "casa di cura", letto da molti come "eredità prosciugata". Il nonno, immobile, sulla sedia a rotelle, dimenticato nell'oscurità, osserva litigare i fantasmi di bambini ormai cresciuti a suon di cinismo. Inevitabile chiedersi: di chi è la colpa?...
Non è un caso che l'Eisner Award sia il premio più ambito in ambito fumettistico. Il compianto Will, a cui deve nome e prestigio, è stato – e per certi, romantici, versi è ancora – autore di grande importanza per l'evoluzione dell'arte sequenziale, sia in ambito tecnico che in materia di rappresentazione emotiva. Affari di famiglia, nuova edizione del classico del 1998, ne è la prova evidente e perfettibile sintesi. Nonostante non sia certo tra le opere più incisive e rivoluzionarie (siamo lontanucci da The Spirit o Contratto con Dio), in poche pagine Eisner riesce a dare prova della sua verve di scrittore e sapienza di storyteller. Il ritratto molto poco lusinghiero, a tratti miserabile, di una famiglia con malcelate pretese di universalità (si può riconoscere la propria, anche solo in piccoli dettagli, o – spero per voi di no – nelle dinamiche generali) è in realtà un mix ben congeniato di dramma shakespeariano e commedia dell'arte, in cui i rapporti si spogliano delle apparenze ma, allo stesso tempo, ogni personaggio non libera mai il volto dalla maschera. È il teatro, infatti, il palese punto di riferimento per la costruzione dei dialoghi, per la gestione delle coordinate spaziali e temporali della vicenda e soprattutto in materia di composizione delle tavole. Su uno sfondo rosa antico (guarda caso), le vignette non esistono più: separate da quinte immaginarie, si tramutano in scene, progressivamente illuminate dall'occhio di bue narrativo, che gli conferisce peso e, in modo alternato, adeguata o ridicola drammaticità. Persino i ricordi guadagnano uno spicchio di palcoscenico: affiancati alla ribalta, sono solo riscaldati da un'aura diversa, a seconda dell'intensità e della potenza della memoria, ma sempre lì, immobili, in attesa di essere svelati. In questa triste fotografia non può esserci spazio per il colore, per la realtà. La famiglia è messa da parte, data per scontata, considerata mera appartenenza genetica che genera obblighi e responsabilità, piuttosto che vincolo foriero di possibilità, confronto, conoscenza reciproca. Disegnando il peggio, però, Will Eisner sembra volerci condurre di fronte alla nostra cornice, indurci a pensare che si può fare ancora molto per non ritrovarsi come Al & company.

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