Amore e Psiche

Amore e Psiche

C’era una volta Psiche, figlia minore del re di una città molto fiorente. Psiche ha altre due sorelle molto belle, ma nessuna è bella come lei. È così bella che la voce si è diffusa molto velocemente per tutta la Grecia: il popolo non fa che parlare della bellezza di Psiche. Questo è l’inizio della sua sfortuna. La fama di tanta bellezza finisce per oscurare la leggendaria reputazione di Venere, ne suscita l’ardente gelosia. La gente comune, infatti, ha quasi dimenticato di osservare le festività in onore di Venere per correre a omaggiare la leggendaria bellezza della giovane ragazza. Ecco che Venere si indispettisce, quindi si infuria e medita vendetta. La dea chiama suo figlio Cupido e gli ordina di volare da Psiche, dovrà punirla facendola innamorare dell’uomo più spregevole e mostruoso della terra. La fanciulla, intanto, ha raggiunto l’età da matrimonio; le sue due sorelle maggiori hanno già contratto ottime nozze con uomini di nobile casato. La giovane Psiche, nonostante la sua famosa bellezza, non ha alcun pretendente, nessuno che si faccia avanti per reclamarne la mano. Disperato, il padre si reca a portare doni all’oracolo e chiede cosa ne sarà della figlia, se mai troverà un degno marito. La risposta della pizia è terribile...

Un libro che, dopotutto, contiene poco di originale. Nel senso che, al contrario della maggior parte delle pubblicazioni di narrativa, nasce con uno scopo diverso dal raccontare una storia mai letta prima. Annamaria Zesi, autrice di un testo arricchito dai disegni di Daniele Durante, si propone piuttosto l’obbiettivo di ricondurre la famosissima favola di Amore e Psiche al suo humus originario: la tradizione orale. Intento di certo naturale per chi, come la Zesi, ha dedicato gran parte della sua vita a studiare l’opera di Apuleio. Fin dalla sua tesi di laurea in Lettere, dedicata proprio al tema Amore e Psiche in Apuleio, Zesi ha pubblicato diversi saggi sulla fortuna e diffusione popolare di questa storia resa immortale dall’opera del poeta latino. L’esperimento alla base di questo libro, dunque, consiste nella spoliazione. La storia apuleiana viene sfrondata e spogliata dai paludamenti letterari, dallo stile ricco e immaginifico de L’Asino d’oro, e riportata ai suoi contenuti essenziali. Il tentativo ha lo scopo di far emergere la tradizione popolare, diffusa dagli antichi cantastorie, nei suoi contenuti originari. E, poiché spesso i cantastorie si aiutavano con una serie di illustrazioni dipinte a mano, l’opera è accompagnata e completata dai disegni di Durante. A un linguaggio molto piano, diretto a qualsiasi orecchio come una vera e propria voce narrante, si affiancano dei disegni all’apparenza altrettanto semplici. Pochi tratti a pennarello, abbozzati ma sicuri, colori sfumati, a volte toni decisi e discordanti, più spesso toni dimessi e contrasti fra il grigio e il blu. Il tutto per comunicare al lettore un senso di scarna immaginazione, come se si volesse sussurrare la storia piuttosto che raccontarla con voce stentorea e impostata. Questi toni così sfumati e tenui, però, sembrano l’esatto opposto dell’antica pratica del cantastorie. Un cantastorie che si rispetti non dovrebbe forse ammaliare con la voce? Non si sforzerebbe, piuttosto, di presentare figure in movimento e dai toni vivaci e smaccati?



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