Andrea Pazienza – Il mio nome è Pentothal

Andrea Pazienza – Il mio nome è Pentothal

Le straordinarie avventure di Pentothal cominciano nella stanza di Andrea a Bologna, nell’appartamento al civico 223 di via Emilia Ponente che divide con tre ragazzi pugliesi: Nicola De Mattia, Roberto Fratta e Gino Nardella. Prima di quell’appartamento un po’ decentrato rispetto alla cittadella universitaria i soli Pazienza e Nardella vivono per qualche mese in un appartamento di via Galliera, vicino alla stazione di Bologna Centrale, insieme alla proprietaria affittacamere, una signora anziana, avarissima e anche molto sorda. Pazienza e Nardella ne approfittano per usare il suo telefono ed effettuare anche costose chiamate intercontinentali a parenti e amici. Alla proprietaria dell’appartamento arriva dunque una enorme bolletta della SIP. Insospettita e probabilmente incolpata dalla nonna, la nipote dell’anziana affittacamere sorveglia i due amici finché li sorprende all’apparecchio. Anche Pazienza e Nardella vengono cacciati dall’abitazione di via Galliera senza pietà. Qualche settimana dopo, grazie all’imbeccata di un altro amico a San Severo che studia a Bologna, Enzo Verrengia, Andrea trova l’appartamento di via Emilia Ponente. “Io vivevo insieme ai miei compagni di appartamento. Eravamo malati praticamente 365 giorni all’anno e non ci muovevamo dall’isola calda del nostro letto. Mi sono messo a disegnare perché era inevitabile che lo facessi, mi sono messo a disegnare perché dovevo raccontare quello che vedevo”. Dopo l’uccisione dello studente Francesco Lorusso, avvenuta l’11 marzo a Bologna, la tensione degli anni di piombo si sposta a Roma e a Torino e il simbolo della lotta armata ha il nome di una pistola, la P38. Il 21 aprile, nel quartiere San Lorenzo, durante uno scontro tra Polizia e autonomi, viene ucciso l’agente di polizia Settimio Passamonti. Il 22 aprile il ministro Francesco Cossiga vieta qualsiasi tipo di manifestazione pubblica fino al 31 maggio. Il 23 aprile la seconda rete della Rai trasmette in televisione Mistero buffo di Dario Fo, spettacolo che riceve la condanna del Vaticano e una denuncia per vilipendio della religione. Invano Dc e Santa Sede chiedono la sospensione delle otto puntate: Mistero buffo invece va avanti. Il 28 aprile a Torino viene ucciso dalle Brigate Rosse Fulvio Croce, il presidente dell’ordine forense torinese chiamato a designare gli avvocati difensori di Renato Curcio (capo delle BR, fino a quel momento l’unico imputato). E il processo alle BR viene rinviato perché i giudici popolari rifiutano l’incarico…

Era un genio. Un artista formidabile, nato nelle Marche, cresciuto a Pescara e soprattutto nell’amatissima San Severo, in provincia di Foggia, città natale del padre, insegnante, dov’è pure sepolto e con cui non ha fatto in tempo a vedere la mostra che dovevano tenere insieme. Anche se sulle note biografiche, in realtà, ha sempre giocato, dicendo molto di più con le bianche bugie e le piccole omissioni che non con la verità. Amico dell’immenso Tondelli, di Freak Antoni, di Roberto Benigni che gli ha dedicato Il piccolo diavolo. Un disegnatore prolifico e versatile che ha fatto di tutto, e in particolare ha saputo rendere il fumetto valido strumento di narrazione civile, con una compiutezza e una solidità tali da saper affrontare brillantemente e con profondità temi politici e sociali. Un uomo che ha creato personaggi come Zanardi (interpretato, nel biopic sui generis di Renato De Maria, da Flavio Pistilli) e l’indolente Pentothal, fumettista e studente fuori corso al DAMS (al cinema un bravissimo, come sempre, Claudio Santamaria), che lui stesso ha frequentato, a Bologna, nel corso di laurea inventato da Umberto Eco. Personaggi immortali. Lui, invece, è morto troppo presto. Trentaduenne. Nel 1988, dopo aver attraverso gli anni più turbolenti del Novecento e il tunnel dell’eroina. Un rivoluzionario, un modello e un punto di riferimento. Luigi Di Fonzo è un giornalista de “Il Centro” di Pescara e insieme all’amico e collega Pierpaolo Di Simone scrive un saggio, con prefazione del già citato Verrengia, che dovrebbe anch’esso diventare un modello. Una pietra di paragone per chi voglia raccontare la vita di un artista. Senza enfasi. Senza retorica. Senza darsi all’agiografia. Curato nei dettagli (a parte qualche piccolo refuso, come lontanza a pagina 24), nell’impaginazione, nella bella grafica. Con semplicità. Chiarezza. Freschezza. Equilibrio nell’amalgama delle varie componenti. Raccontando la vita e le opere, anche per mezzo di una fine esegesi che le contestualizza nella produzione artistica coeva e le mette in relazione con illustri precedenti, si tratteggia infatti perfettamente il mood e la relazione dell’individuo con una collettività agitata da fermenti ideologici vibranti: la suddivisione in dieci episodi, uno per ogni pubblicazione su “Alter alter” fra il 1977 e il 1981, delle tavole di Pentothal, consente infatti anche di ricordare, con brevi e precisi cenni, cosa fosse l’Italia degli anni di piombo. Di cui Pazienza ha saputo denunciare gli squallori e le ipocrisie con l’irriducibile schiettezza di una vignetta.



 

 

 

 
 
 
 

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