Black River

Oggi è un giorno felice, nonostante tutto. Il gruppo di sopravvissuti – sette donne, un uomo e un cane – guidato dalla ombrosa Seka ha trovato un magazzino pieno di scatole di sardine, bottiglie d’acqua minerale e calzini puliti. Ci sono pure due cose ancora più preziose: armi con le munizioni e qualche bottiglia di liquore. Una bella sbronza attorno al fuoco urlando in coro “Cazzofica” è quello che ci vuole, dopo tanti giorni passati arrancando tra le macerie di quelli che una volta erano gli Stati Uniti. Il paesaggio è una distesa infinita di cenere e ghiaccio, nel cielo brilla costante una sinistra aurora boreale. La civiltà è stata spazzata via da una catastrofe, nessuno ricorda bene quale. Il gruppo di Seka passa finalmente una notte serena, in una tenda una donna cavalca l’unico uomo disponibile, accanto alla coppia due donne fanno l’amore, si dorme vestiti e stretti stretti – incuranti della puzza – per alleviare il freddo pungente. Nella testa di qualcuno frulla persino la speranza che il futuro possa portare con sé una novità, finalmente: nel magazzino infatti c’erano anche un cadavere e un diario, probabilmente scritto dal tipo prima di morire chiuso da solo insieme al suo tesoro. Il diario dice che il gruppo in cui prima stava l’uomo si è diretto a sud, sulla costa, in un posto che chiamano Gattenburg. Dicono che sia fortificato e autosufficiente, protetto da cecchini. Dicono che ogni primavera venga organizzata una gara di tiro col fucile, e che i migliori vengano accolti in città, dove ci sono acqua corrente, elettricità, bestiame, serre, impianti stereo, letti caldi. Seka e il suo gruppo hanno deciso di provare a raggiungere questa Gattenburg. La mattina successiva il gruppo al suo risveglio trova una brutta sorpresa: Mary, che ha voluto passare la notte fuori dalle tende, sulla costa ghiacciata, è caduta in acqua a causa di una rottura del dock. Sta congelando, non c’è speranza di salvarla, Seka si prende la responsabilità di finirla a fucilate per farla smettere di soffrire…

Josh Simmons si è costruito negli anni una discreta fama tra gli appassionati del fumetto horror underground con albi come The House, Flayed Corpse e altri, tutti usciti per Fantagraphics e tutti – che io sappia – inediti in Italia. Ma con Black River, a quanto pare, ha deciso di lasciare il segno, di fare un upgrade. Lo spunto narrativo di partenza – diciamolo chiaramente – è tutt’altro che originale. Siamo dalle parti de La strada di Cormac McCarthy e di tanti altri caposaldi della narrativa post-apocalittica, sia tematicamente che esteticamente. Ma nessuno come Simmons finora aveva mai mostrato così apertamente tanta ferocia e brutalità, nessuno era riuscito a descrivere in modo così immediato e direi persino sfacciato la follia, la mancanza di senso, l’angoscia che i pochi cenciosi, puzzolenti sopravvissuti di una catastrofe che ha quasi messo fine alla vita sulla Terra proverebbero, trascinandosi tra macerie e cenere in cerca di cibo e di speranza. Simmons ha raccontato che lo spunto per Black River gli è arrivato da un sogno: una colonna di donne tanto malmesse da non poterne capire l’età (“Avrebbero potuto avere 16 o 66 anni, sembrava fossero in cammino da un milione di anni”) che arrancavano in fila indiana in un paesaggio desertico, distrutto. Il tratto sgraziato e naïf del fumettista di Seattle è perfettamente funzionale alla crudele, spietata sequela di massacri, stupri e torture attraversata dalle protagoniste e Black River contiene la sequenza (4 pagine impossibili da dimenticare, vi assicuro) di morte più sconvolgente della storia del fumetto. Lo ha dichiarato lo stesso Simmons in una recente intervista: “Non metto nessuna distanza tra me e la violenza che racconto, non c’è nessuna ironia, nessuna iperbole”. Corpi scheletrici, volti segnati, violenza, vendetta: ma a ferire di più il lettore forse sono le false speranze dei sopravvissuti, le loro illusioni, le leggende sconclusionate che passano di bocca in bocca. Sin dalla prima vignetta capiamo perfettamente che non c’è lieto fine, non c’è speranza, non c’è salvezza.



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