Cronache di Gerusalemme

Agosto 2008. Guy Delisle è in viaggio verso Israele in compagnia della compagna Nadège, che lavora come impiegata amministrativa per “Medici Senza Frontiere”, dei figli Louis, 5 anni, e della piccola Alice. La bambina in aereo piange e il padre non sa come calmarla. Un anziano omone che parla solo russo seduto accanto a loro la prende in braccio e dopo pochi istanti la piccola ride e scherza. Mentre l’omone solleva Alice, Guy nota che l’anziano ha una fila di numeri tatuati sull’avambraccio: quindi è un sopravvissuto dei campi di sterminio. Dopo numerosi scali, la famiglia Delisle atterra a Gerusalemme: vivranno qui per un anno in un appartamento messo a disposizione dalla ONG per cui lavora Nadège. La casa è piena delle tracce degli operatori di Medici senza Frontiere che ci hanno vissuto in precedenza: spagnoli, inglesi, italiani, francesi… La mattina seguente Guy mette Alice nel passeggino ed esce alla scoperta del quartiere: marciapiedi inesistenti, strade sconnesse, auto parcheggiate dappertutto e caldo asfissiante. È la zona est di Gerusalemme, Beit Hanina, originariamente un villaggio arabo che è stato annesso nel 1967, in seguito alla guerra dei sei giorni. Per il governo israeliano questo è Israele a tutti gli effetti, per la comunità internazionale si tratta di territorio della Cisgiordania, in attesa che venga creato lo Stato di Palestina. Si tratta comunque di uno strano quartiere di frontiera: c’è un solo negozio – gestito da cristiani – in cui è possibile trovare birra e vino, e dei market musulmani che chiudono il venerdì e in cui non si vendono alcolici. Anche arrivare alla Città Vecchia non è semplice: a Gerusalemme esistono due sistemi di trasporto urbano che funzionano parallelamente, autobus israeliani che servono tutta la città tranne i quartieri arabi e minibus arabi che servono unicamente i quartieri arabi…

Guy Delisle, fumettista canadese di nascita e francese d’adozione, con Cronache di Gerusalemme ha vinto al prestigioso Festival di Angoulême 2012 – con la giuria presieduta da Art Spiegelman, autore di Maus – il premio come miglior fumetto dell’anno. Come già nel capolavoro Pyongyang, in Shenzen e in Cronache birmane, si tratta di un reportage autobiografico, un diario di viaggio a fumetti. Qui siamo nell’Israele del 2008-2009, sconvolto dalla Operazione “Piombo Fuso”, ovvero l’offensiva dell’esercito israeliano contro Hamas nella Striscia di Gaza durata quasi un mese che ha causato centinaia di vittime anche fra i civili e roventi polemiche politiche (con una controversa inchiesta da parte dell’ONU) per l’opportunità e la legittimità dell’intervento militare e per l’utilizzo da parte dell’esercito israeliano di armi al fosforo bianco. Quello di Delisle, chiariamolo subito, non è un fumetto militante: il conflitto è sullo sfondo, l’autore non si schiera esplicitamente e il dramma giunge al lettore solo di rimbalzo. Il punto di vista è quello di un europeo della borghesia medio-alta che fa vita da “casalingo” al seguito della moglie (una figura pressoché assente, nel fumetto o è al telefono in ufficio o a casa distrutta sul divano) e si occupa nell’ordine di fare la spesa, accompagnare a scuola i figli affrontando il delirante traffico di Gerusalemme e riprenderli, tenere una serie di workshop di grafica e fumetto in una serie di istituti scolastici della zona. Tutto il resto è bighellonare oziosamente in giro, cercando un caffè tranquillo o uno scorcio suggestivo da disegnare. Giocoforza quindi al centro del racconto non ci saranno grandi questioni politiche o militari, ma solo l’impatto sulla quotidianità (o almeno su quella di una parte della popolazione) che tali questioni hanno: le deliranti procedure di sicurezza negli aeroporti, la gestione kafkiana dei checkpoint, l’ottusità dei fondamentalisti ebrei e arabi, per esempio. Una scelta che – nonostante Cronache di Gerusalemme sia un reportage a fumetti molto ben disegnato e assai piacevole da leggere, soprattutto per chi non è mai stato in Israele e ne ignora la situazione – dona a questo lavoro una patina di freddezza e un vago sentore di ignavia che impedisce di fatto al lettore di entusiasmarsi.



 

 

 
 
 
 

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