Dopo il crepuscolo dei supereroi

Ogni appassionato di comics che si rispetti sa che la storia dei fumetti di super-eroi è convenzionalmente divisa in una Golden Age (che va dal 1938 – anno di uscita di “Action Comics” numero 1, con la prima apparizione di Superman – al 1954) e una Silver Age (che va dal 1954 – anno di pubblicazione del famigerato pamphlet di Fredric Werthman Seduction of the Innocent, che portò all’istituzione del Comics Code, con un impatto paragonabile al maccartismo sul mondo del cinema e della letteratura – più o meno agli anni Settanta). Sull’era successiva non c’è unanimità, a partire dalla definizione: c’è chi la chiama Bronze Age, chi Modern Age, chi – come lo sceneggiatore Grant Morrison – Dark Age. Secondo Morrison, la Dark Age inizierebbe con la gestione di Green Lantern/Green Arrow di Dennis O’Neill e Neal Adams del 1970, che per la prima volta apriva a tematiche adulte come la droga, ma entrerebbe nel vivo con l’uscita di Watchmen di Alan Moore e Dave Gibbons, de Il ritorno del Cavaliere Oscuro di Frank Miller e della epocale gestione di Chris Claremont della serie degli X-Men. Per più di un decennio, le fumetterie si sono riempite di avventure di vigilanti mascherati tormentati e violenti, create da sceneggiatori che hanno minato – volutamente – le fondamenta stesse del concetto di eroe e disegnate in modo ipercinetico e con fortissimi contrasti da una generazione di acclamatissime superstar delle matite e delle chine. Finché, a metà degli anni Novanta, si sono iniziati a registrare segnali di cambiamento. È l’alba di quello che Grant Morrison chiama il Rinascimento del fumetto supereroistico: l’epoca per capirci in cui si ricomincia a costruire sulle macerie per riportare leggerezza, good vibrations e colori nelle avventure degli eroi in maschera. Proprio Morrison è, inutile dirlo, uno dei protagonisti assoluti di questa svolta. Già a metà degli anni Ottanta, ai suoi esordi, lo sceneggiatore scozzese dichiarava: “Non mi sono stufato dei supereroi. Semplicemente ho perso interesse per il modo in cui vengono fatti negli ultimi tempi. Ci sono state così tante dichiarazioni compiaciute a proposito di Watchmen che sarebbe la lapide sulla tomba dei supereroi, ma io penso che sia solo l’addio a un’interpretazione davvero circoscritta della figura del supereroe – il supereroe realistico”. Morrison voleva uscire a tutti i costi dal vicolo cieco in cui si erano infilate Marvel e DC, con i loro eroi ormai perennemente infelici. L’occasione perfetta gli capitò quando nel 1988 la DC gli affidò il difficile compito di rivitalizzare due serie date per morte, Animal Man e Doom Patrol

Quanto è stato importante il lavoro di Alan Moore per Grant Morrison, sia per la sua formazione professionale ed artistica, sia per misurare quanto se ne è discostato durante la sua carriera finora? Parte da qui Luigi Siviero, esperto di fumetti trentino, per celebrare l’opera di un grandissimo protagonista del mondo dei comics, che con alcune delle sue intuizioni ha contribuito a fare la storia del genere supereroistico: pensiamo soltanto ad Animal Man, forse il suo capolavoro. Con in testa l’idea fissa di “ripristinare la dignità” dei supereroi, “renderli di nuovo incredibilmente potenti e divini e fonti d’ispirazione”, di ritrovare il sapore e il senso di meraviglia con cui si leggevano le storie di Batman, Superman, Fantastici Quattro o Spider-Man da bambini, fuggendo dalla situazione che il co-sceneggiatore di Flash Mark Millar sintetizzava mirabilmente così: “I bambini stanno crescendo senza la magia che avevamo noi. Siamo cresciuti con Lee, Kirby e con tutte quelle storie di John Romita e Ditko e non c’è più niente del genere oggi. Non ci sono più supereroi in cui vorresti identificarti, che vorresti interpretare nei tuoi giochi. Ci sono solo dei pazzi bastardi coperti di sangue”. Siviero ripercorre in ordine cronologico tutta la prima parte del percorso artistico di Grant Morrison, dai già citati Animal Man e Doom Patrol ad Arkham Asylum, da Aztek alla Justice League America, che sancisce secondo Siviero il definitivo affrancamento dalla ingombrante figura di Alan Moore e dal suo retaggio. Un essay interessante e approfondito che, malgrado qualche ripetizione che sarebbe sparita con un editing più severo, è assai piacevole da leggere per chi conosce e ama le tante declinazioni dei fumetti di supereroi, mentre chi non conosce questa materia lo troverà abbastanza esoterico.



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