Gli ultimi giorni di Pompeo

Gli ultimi giorni di Pompeo
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“Con il metodo mitico che anche Eliot adottò con successo, all’incirca tra il 1916 e il 1922, come metodo di organizzazione di un immenso materiale culturale, senza però accettarne infine la visione del mondo che lo sottende; una visione paradigmatica più che sintagmatica, assolutamente non teleologica…”. Bastardo, come si fa a scrivere in questo modo? Pompeo chiude il libro e torna a dedicarsi alle più interessanti incombenze della sua misera routine. Aldo, il corriere che è arrivato da Milano con cinque grammi di roba, si meraviglia di non essere mandato via subito dopo che gli ha venduto la droga, anzi il giovane artista pieno di pilla sembra volersi fermare a intrattenere una conversazione. Quando Aldo va via Pompeo, più meditabondo del solito riflette: “La vita è breve, l’uomo è cacciatore, e saremo per troppo tempo morti”. Rimugina a lungo soprattutto sull’ultimo segmento della frase, quindi da una busta trae fuori due siringhe sterili da cinque cc, in due cucchiai discioglie tre grammi di polvere bianca e due di brown irrorati da un’abbondante spruzzata di limone per sciogliere il taglio. Infila quindi entrambi gli aghi nella stessa grossa vena, tira a sé gli stantuffi, due rosse meduse di sangue sembrano comparire all’interno del fluido, teme di non riuscire a premere affondo entrambe le siringhe e immagina come sarebbe avere un sistema di iniezione che non gli faccia perdere conoscenza immediatamente. Le sue giornate scorrono così, fra una pera e l’altra e dosi massicce di sconforto nelle fasi di down. Appena sveglio, mentre è ancora a letto, si acchita la prima pera della giornata nel modo che preferisce, senza nemmeno alzarsi, avendo avuto cura di predisporre l’occorrente prima di andare a dormire…

Il ciclo di Pompeo prende il via nell’aprile 1985 su “Alter Alter”, storica rivista di cui Andrea Pazienza era collaboratore. La produzione si completerà nel 1987 in un volume unitario, stampato dagli Editori del Grifo. Per stessa ammissione di Paz si tratta della chiusura di un periodo della sua produzione: proprio nelle tavole finali l’autore afferma che Pompeo può essere considerato una versione invecchiata di Pentothal, altro suo celebre e fortunato personaggio che era comparso in alcune strisce a partire dal ’77. Il trascorrere degli anni e la dipendenza dall’eroina, che accomuna Paz alle sue creature Pentothal e Pompeo, non hanno offuscato il talento cristallino dell’artista, che in un lasso temporale ragionevolmente breve ha apportato una piccola rivoluzione nel fumetto italiano. Il tratto rimane lo stesso, ricco e irregolare, tipico del genio eclettico che lo ha prodotto. I due lavori sono però differenti sul piano contenutistico: Pentothal era un’opera onirica, dove biografismo e fantasia portata alle estreme conseguenze si intersecavano, un’opera tuttavia intrisa di lotta politica come non poteva non essere nella Bologna del 1977; Pompeo invece vede l’antieroe di Pazienza giunto agli sgoccioli della sua esistenza, fiaccato dalla droga e defraudato da ogni tipo di rapporto umano, tanto che sembra rinunciare a ogni velleità di cambiamento. Insomma, un fumetto a tinte dark, con un epilogo tragico che non viene mai tenuto nascosto sin dalle prime pagine, senza svolazzi onirici nonostante proprio la dipendenza del protagonista sia spesso il motore per staccarsi dalla linea narrativa principale. Nell’anno del trentennale della morte di Paz, con celebrazioni e ristampe che gli rendono omaggio fino a rafforzarne la portata di icona pop, va forse ribadito che ci troviamo non solo di fronte a un grande artista, ma anche un grandissimo narratore e innovatore linguistico. Si potrebbe, come è stato ampiamente fatto, adottare per Gli ultimi giorni di Pompeo l’abusata definizione di “testamento artistico”, ma mai come in questo caso non si tratta di una vuota etichetta, bensì di un giusto riconoscimento verso Andrea Pazienza, forse consapevole come anche il suo alter ego che la fine sarebbe giunta circa un anno dopo aver licenziato le ultime tavole.



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