Hulk Grigio

La vita di Bruce Banner è mediamente triste, ma questo giorno è ancora più triste degli altri. Piove a dirotto, e avrebbe dovuto essere l’anniversario del suo matrimonio. È andato a trovare lo psichiatra Leonard Samson, voleva solo qualcuno con cui parlare. Ma ora che è davanti a lui non sa che dire, rimpiange di essere venuto. Samson percepisce l’imbarazzo di Banner e cerca di aiutarlo: gli mostra delle foto tratte dal suo dossier (“Tutti hanno un dossier, Bruce”) e gli chiede di raccontargli i pensieri che gli suscitano. Il generale Ross: odio. Rick: biasimo. Betty. Il cuore gli si gonfia di tristezza, inizia a raccontare. Da dove cominciare? Ovviamente dalla bomba Gamma. L’esplosione lo travolge, non era previsto ovviamente ma Bruce si è esposto al pericolo per salvare Rick. Ross nella sala comandi perde le staffe, urla come un pazzo, ordina a tutti gli uomini disponibili di cercare Banner, il Paese non può perdere “un bene così prezioso” come lo scienziato che ha progettato la potentissima bomba Gamma, l’arma di distruzione di massa che – ironia della sorte – potrebbe averlo ucciso. E c’è un’altra cosa. Ross scopre proprio in quel momento che tra Banner e sua figlia Betty c’è del tenero, la ragazza è sconvolta, più sconvolta di quanto sarebbe lecito attendersi in circostanze normali. Intanto Bruce, che incredibilmente è ancora vivo, sta litigando con Rick: rinfaccia a quell’idiota di un ragazzino di aver messo a repentaglio la vita di entrambi per una bravata senza senso. Lo ha salvato, ma probabilmente questo gli ha rovinato la vita: “Nessuno può beccarsi tante radiazioni Gamma e sopravvivere, sta succedendo qualcosa!”. Sì, qualcosa, ma non quello che Banner si aspetta. In pochi secondi l’uomo si trasforma, da mingherlino che è diventa un mostro dalla pelle grigia, un bruto pieno di muscoli ma con l’intelligenza di un bambino di un anno, che parla a monosillabi ma è in grado di distruggere un palazzo a pugni nudi. La creatura per istinto sa che è meglio fuggire, non farsi vedere. A grandi balzi si allontana, ma si imbatte in una camionetta dell’esercito impegnata nelle ricerche del disperso Bruce Banner. La polverizza in pochi istanti, pare invulnerabile alle pallottole e si libera dei soldati come se fossero zanzare…

La miniserie Hulk: gray uscita tra dicembre 2003 e aprile 2004 nell’ambito di una tetralogia dei colori che ha coinvolto anche Capitan America, Daredevil e Spider-Man, è un reboot: il Joe Fixit di Peter David non c’entra nulla, questo è Hulk è grigio come avrebbe dovuto esserlo nel 1962, come lo voleva originariamente Stan Lee, che poi, come è noto, dovette adattarsi al colore verde per aggirare problemi di natura tipografica. Spiega Loeb: “Quando io e Tim abbiamo iniziato a parlare di questa miniserie, volevo raccontare una storia che avesse luogo nelle prime 24 o 48 ore dopo la nascita di Hulk, più o meno tra i numeri 1 e 2 della serie originale (…) subito dopo l’esplosione della bomba Gamma”. L’Hulk di Tim Sale è forse il più credibile della storia della Marvel: ha tratti caricaturali, tanto che Marie Severin nella prefazione al volume arriva addirittura a paragonarlo a Bulk, la parodia del personaggio da lei creata alla fine degli anni ’60, ma non è per nulla buffo. È invece disperato e spaventoso – come la palese derivazione del personaggio di Stan Lee e Jack Kirby dal Frankenstein cinematografico pretende – come un enorme bambino sgraziato che non sa dosare la forza né schermare le emozioni. Molto meno efficace il lavoro di Jeph Loeb, la cui sceneggiatura non aggiunge nulla a quanto già scritto su Hulk in passato, limitandosi a rimasticare l’archetipo narrativo “mostro+ragazza” dando forse soltanto un briciolo di spazio in più al personaggio del Generale Ross e al suo rapporto con la figlia Betty (anche questo, poco più che un cliché). La storia si trascina stancamente fino alla fine senza colpi di scena né trovate narrative: le emozioni arrivano soltanto dagli spettacolari disegni di Sale. Molto gustoso però lo scontro con Iron Man, che sfoggia ancora la prima armatura.



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