I tre uomini che ridestarono Cthulhu

Maggio 1889, fiume Tamigi. Tre amici e il loro cane si godono una bella giornata di sole facendo una gita in barca. Uno dei tre, George, canta suonando il banjo mentre gli altri due, J. e Harris, si scambiano sguardi sempre più preoccupati. Come farlo smettere? È “soltanto” la trentasettesima volta che canta la stessa canzone… Ci pensa il cane, Montmorency, che salta in collo a George per fargli le feste e fa cadere il banjo in acqua. Mentre i tre uomini litigano sull’accaduto, il paesaggio attorno a loro sembra cambiare di colpo: cala una fittissima nebbia e poco dopo la barca attraversa le soglie monumentali di una titanica, cupa città di pietra. Ovunque statue gigantesche che raffigurano creature mostruose e un silenzio minaccioso che viene rotto soltanto dal bizzarro grido di una figura che si intravede appena nella nebbia: “Tekeli-li! Tekeli-li!”. È una figura antropomorfa dal volto di rettile che però i tre amici scambiano per qualcuno che parla un dialetto insolito. Subito dopo un violento capogiro li coglie e di nuovo si ritrovano sul Tamigi, sotto il sole. I minuti passati nel canale che attraversava la città oscura devono essere stati solo un sogno, un’allucinazione di qualche tipo. I commenti salaci si sprecano, si ride e dopo qualche minuto George ricomincia a cantare imperterrito, stavolta accompagnandosi con un flauto invece che col fido banjo. Pochi giorni dopo J., che di mestiere fa lo scrittore, è nell’ufficio del suo editore. Gli ha sottoposto il nuovo capitolo del suo romanzo a puntate, che sta avendo un grande successo: ha deciso di raccontare proprio la strana avventura sul Tamigi, ma l’editore non pare apprezzare affatto questa bizzarra deviazione dal solito stile di J., non vuole sentire parlare di strani monumenti, nebbia, urla in linguaggi sconosciuti. Così chiede a J. di riscrivere il capitolo daccapo, e in fretta. J. si mette al lavoro alacremente, vuole trovare qualcosa di divertente, così racconta di suo cugino Algernon e di quando si era messo in testa di suonare il violino con risultati spaventosi, tanto che la moglie minacciava di cacciarlo di casa. Finito di scrivere, annuisce soddisfatto: l’editore in fondo aveva ragione, meglio lo humour dell’horror…

Fondere in un’unica avventura metaletteraria Tre uomini in barca (per non parlare del cane) di Jerome K. Jerome (per giunta usandone l’autore come protagonista), Il richiamo di Cthulhu e Il guardiano dei sogni e altri racconti di Howard P. Lovecraft e Carnacki – Il cacciatore di fantasmi di William Hope Hodgson è impresa innanzitutto discutibile nelle sue premesse e in secondo luogo da far tremare i polsi al più esperto dei narratori. Carlo Recagno, sceneggiatore veterano della serie Martin Mystère, non si dimostra all’altezza di un’operazione letteraria tanto ardita – e forse scellerata. Temo che l’editore di Jerome, che a pagina 17 del fumetto lo sconsiglia dal tentare mix improponibili tra humour e horror, abbia sostanzialmente ragione, con buona pace di Antonio Sforza (anche lui proveniente dalle pagine del Detective dell’Impossibile) che per metterlo in cattiva luce lo disegna sudato, pancione e con un plutocratico sigaro ficcato in bocca. E non è una questione di “lesa maestà”, perché siamo di fronte a indubbi capolavori nei rispettivi generi: è una questione di equilibrio narrativo, di atmosfere inconciliabili. Non è solo la sgradevole commistione tra vaudeville e orrori cosmici a mandare fuori strada I tre uomini che ridestarono Cthulhu: il plot – che cerca di inserire nella continuity di Altrove e al tempo stesso allineare trame e personaggi inconciliabili – è basato su una trovata che lascia freddini se non perplessi. Dubito anche molto che Lovecraft prenderebbe questo fumetto come un omaggio – seppure maldestro – alla sua opera visionaria. Quanto a noi lettori, vedere Cthulhu trasformato in un villain da operetta in frac non spiazza né diverte, fa solo tristezza.



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