Il grande prato

Il grande prato

Li chiamano i Siamesi. Non lo sono veramente, ma nel quartiere la gente ha dato loro questo soprannome. C’è un grande prato e davanti i palazzi. Là vivono tante persone, tutti: ma i Siamesi nei palazzi non ci sono mai entrati, almeno così ricordano. Là fuori c’è una baracca tra gli alberi. Vivono lì insieme a loro zio. Lo zio beve, beve tanto e parla, vagheggia di un’altra vita, quando viveva anche lui in un palazzo, quando la mamma dei gemelli era ancora viva. Lo zio beve, ride, si arrabbia e continua a bere. I Siamesi passano le giornate in mezzo a quel nulla. Non vanno a scuola, sono sporchi e si arrangiano come possono. Quando provano a parlare con gli altri ragazzi del quartiere questi li chiamano zingari, perchè per loro chiunque abiti in una baracca è uno zingaro, quindi fuori! Quella è loro zona! O forse no. Se quei ragazzi sono violenti, allora possono esserlo anche i Siamesi. Così iniziano i pugni, i calci, l’avversario a terra, il frugargli nelle tasche e rubargli i soldi. Perchè la vita fuori dai palazzi è fatta di miseria e nel prato, nel bosco ed oltre al bosco c’è altra miseria. Oltre gli alberi, laggiù, c’è un campo di zingari, di zingari veri. Ci sono le roulotte, bambini liberi e sporchi di terra come loro, un vecchio che suona un violino e poi c’è una donna. Parla male, sputa in terra, ma sembra gentile. I Siamesi sono due bambini e lei una donna adulta...

Non è difficile trovare in questa graphic novel l’abbondante intreccio di temi, richiami e spunti di riflessione che Grossi ha intessuto intorno alla giornate dei due fratelli protagonisti. La città prima fra tutte: non la metropoli caotica, ma la periferia, quella più desolata, quella più grigio cemento, quella, per certi versi, invisibile. Come invisibili diventano le vite dei “Siamesi”, strappati ad una normalità che non fanno neppure in tempo a conoscere per essere relegati nella dimensione della baracca, della puzza di alcool, della povertà, a pochi metri di distanza dai “serpentoni”, da quei titanici palazzoni in cui i bambini come loro hanno ancora un mamma ed un tetto a proteggerli. Uno straniamento fortissimo che si ribalta per sopravvivere. I due fratellini vivono alla giornata e iniziano un percorso di formazione distorto, diverso, che passa per gli esempi sbagliati, per la violenza, per la rifratta figura materna di una zingara. Questo si esplica anche a livello narrativo. I due protagonisti sono e vivono come uno. La narrazione è in prima persona plurale, ma anche le esperienze, le sensazioni ed i desideri vengono vissuti all'unisono, un fratello è il completamento dell'altro e ciò è sia parte simbolica della loro crescita, sia una scelta stilistica azzeccatissima e, per stessa ammissione dell’autore, ispirata e mutuata dalla cifra della Agota Kristof di Trilogia della città di K. A livello grafico, Grossi utilizza bianchi, neri e grigi con un tratto pulito e netto e fa un uso del bianco ben studiato, dove questo spesso è il cielo o l’orizzonte, a rafforzare un’ambientazione di frontiera, liminale, dalla quale è più facile ritrovarsi espulsi che accolti.



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