James Joyce ‒ Ritratto di un dublinese

James  Joyce ‒ Ritratto di un dublinese
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A Dublino, alla fine dell’Ottocento, si vive sotto il giogo di due presenze ingombranti: la religione e la Regina inglese. A scuola l’educazione è impartita dai preti e il Governo si percepisce e rispetta come un vicino fastidioso. Quando tutti si inginocchiano al crocifisso e ai dettami imposti, un ragazzino sopravvissuto al tifo che ha falciato la sua famiglia inizia a comprendere di essere fuori dagli schemi. James Joyce avvicina al porto di Dublino le prostitute, infischiandosene di cosa ne penserà la sua famiglia cattolica. Al College fa amicizia con quelli che daranno vita al Sinn Fein e a quei movimenti rivoluzionari che strapperanno la Verde Irlanda all’Impero della Corona. Intanto, il suo gusto letterario si fa sempre più sofisticato. Impara l’italiano sulle pagine di Dante, critica ferocemente Yeats e gli altri autori che all’epoca riscuotono maggiore successo e scrive pamphlet denigratori della politica dublinese. Per caso, proprio in quegli anni incontra e si innamora della seducente Nora Barnacle, che gli sarà accanto negli anni peggiori e gli darà due figli. Quelli sono anche gli anni in cui nell’esistenza di Joyce si insinua il demone dell’alcool, proprio lo stesso che tormentava il padre, che ha portato al crollo finanziario la sua famiglia. Diviene lentamente un personaggio scomodo e l’unica soluzione possibile è quella di andare altrove: prima a Zurigo e poi a Trieste. La città mitteleuropea, con quel suo miscuglio affascinante di popoli e religioni, lo accoglie come un figlio, dandogli conforto e un tetto quando la sua città natale gli volta le spalle...

James Joyce è una figura letteraria che sembra perfetta per essere protagonista di una graphic novel. Il suo carattere controcorrente, il suo essere sempre “contro” e incurante delle mode del momento, quella critica diretta continuamente contro i suoi contemporanei, che spesso riteneva sopravvalutati e, soprattutto, quel tentativo quasi costante di farsi odiare. Per riuscire a sopravvivere con la propria scrittura, dovrà attraversare tanti momenti di povertà, in cui le sue opere venivano definite “oscene”, “illeggibili” e non erano prese neanche in considerazione per un’eventuale pubblicazione. La sua fortuna è stata l’intercessione di altri letterati o scrittori che hanno saputo interpretare veramente le sue parole. Alfondo Zapico ha saputo raccontare bene la storia di questo esule europeo con un tratto delicato, in cui le sfumature di grigio descrivono in pieno le emozioni provate da un uomo mai allineato. Agli sfondi e ai panorami minuziosamente tracciati si accompagnano ritratti quasi fumettistici delle personalità che li attraversano. Le didascalie sopra le immagini seguono le vicende e le chiariscono, collocandole in un contesto storico, quello irlandese, che non è spesso noto al lettore. Mentre in Irlanda scoppiavano moti per la tanto agognata indipendenza, a Trieste si consumava la capacità scrittoria diluita nell’alcool di una mente mirabolante. Qui l’esistenza disordinata di Joyce trova un ordine in capitoli ben delineati, una suddivisione narrativa utile per raccontare l’uomo che dello stream of consciousness creerà i suoi migliori esempi.



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