Kobane calling

Kobane calling

Ha trentun anni Zerocalcare, eppure quando si reca dai genitori per informarli del viaggio a Mehser (vicino a Kobane, ma manco troppo: “tipo Rebibbia-Santa Maria del Soccorso, so’ tre fermate di metro”) si sente nervoso come il giorno in cui ancora quattordicenne era stato sospeso da scuola per aver tirato un petardo alla preside. Rimasto sconvolto dalla reazione inaspettatamente calma dei suoi, si prepara assieme a sette amici ad intraprendere il lungo viaggio che lo porterà vicinissimo alle zone di guerra. L’intento è quello di aiutare nei campi profughi e portare medicine, ma anche di osservare sul territorio ciò che in occidente vediamo solo filtrato da brevi servizi al telegiornale. E così dopo ore di aereo da Roma ad Istanbul e dalla capitale turca fino a Şanlıurfa, dopo un percorso su una corriera sgangherata che li porta a Suruc alla fine gli otto amici raggiungono esausti Mehser. Un villaggio desolato, dalle costruzioni perlopiù di fango, dove convergono Curdi da ogni parte del mondo giunti per sostenere Kobane, ma anche parenti e amici di chi combatte e qualche straniero attratto dalla causa curda. La prima notte lontano da Rebibbia Michele la trascorre in una vecchia moschea e lì nel Kurdistan, sul confine turco-siriano, per la prima volta si sente al centro del mondo. “Il centro di tutte le contraddizioni e i conflitti del mondo globalizzato. Dove gli Americani bombardano ma non troppo, la Turchia sta nella NATO ma in realtà aiuta l’Isis contro i Curdi, c’è una società musulmana che ha fatto della liberazione della donna la sua bandiera e che combatte da sola un’altra società musulmana che ha fatto dell’oppressione di genere e di religione la sua”...

Pubblicato a inizio 2015 sulla rivista “Internazionale” come reportage a fumetti in cui Zerocalcare raccontava la sua esperienza durante i viaggi sul confine turco-siriano, ad aprile 2016 Kobane Calling esce in volume completato da una seconda parte inedita. Un fumetto sì, che più volte ci strappa il sorriso, che affianca al tratto classico dell’autore anche la novità di disegni più realistici e drammatici, ma che ha anche il raro pregio di raccontarci gli orrori della guerra senza censure, dal punto di vista di chi ogni giorno la vive sulla propria pelle e non perdendo tuttavia la vena comica che – seppure molto sfumata – accompagna tutte le 261 pagine del volume. Un lungo viaggio fino alla Rojava, la lingua di terra strappata all’Isis (o Daesh, come con tono dispregiativo è conosciuto in questi luoghi) e stretta fra Turchia, Siria ed Iraq. Qui dal 2011 vige un confederalismo democratico regolato da un contratto sociale basato sulla “convivenza etnica e religiosa, la partecipazione, l’emancipazione femminile, la ridistribuzione delle ricchezze e l’ecologia”: una piccola zona in cui il diritto alla vita è inviolabile e la pena di morte abolita. Un’utopia per cui uomini e donne combattono e muoiono ogni giorno, dedicando l’intera esistenza alla causa, riuscendo a sopravvivere solo ricordandosi ogni giorno il senso di quello per cui stanno resistendo. “Volevamo portare aiuti ai Curdi”, afferma Zerocalcare in una recente intervista, “ma abbiamo capito che avevamo soprattutto da imparare da un popolo impegnato nella costruzione di una nuova società che mette al centro la liberazione della donna e la pacifica convivenza tra religioni ed etnie”. E sono proprio le donne – a sorpresa - le grandi protagoniste del racconto di Zerocalcare. Donne come Nasrin, Comandante dell’Unità di Protezione Popolare delle Donne curde (YPJ) o come le guerrigliere del PKK (tutte scappate dalla violenza e da una società che le vuole sottomesse) che vivono fra le montagne in alloggi-termitaio scavati nella terra, che si addestrano militarmente ma che allo stesso tempo studiano, convinte che alla barbarie di Daesh occorra rispondere anche con un modello democratico di società. Donne e uomini eccezionali, che seppur in guerra “cercano sempre di aprire più spazi di partecipazione e democrazia”; mentre noi, con le nostre notizie filtrate dai TG nazionali e con i politici di turno che parlano probabilmente senza conoscere la realtà dei fatti, “strumentalizziamo ogni morto per fare esattamente il contrario […] mettiamo lo stato di emergenza, togliamo Shengen, diamo più potere alle guardie”, in pratica quegli spazi li chiudiamo sempre di più. Imperdibile, emozionante, a volta persino commovente: quei volti, se pur tratteggiati da una matita, vi rimarranno impressi nella mente assieme alle storie di tutti quegli uomini e quelle donne che combattono e muoiono. Anche per noi.



 

 

 

 
 
 
 

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