L’approdo

L’approdo
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Un Uomo sa che è arrivato il momento di partire. Di abbandonare la sua casa spoglia, i mobili rovinati, le porcellane sbeccate, le pentole vuote. Di sfuggire ai tentacoli oscuri che ormai infestano la sua città, alla fame, alla povertà. Di lasciare i propri affetti per assicurare loro un futuro. Un Uomo prende il ritratto di famiglia, lo avvolge con cura, lo ripone in valigia con i suoi pochi averi. Saluta moglie e figlia, tiene le loro mani strette fino all’ultimo, prende il treno. Un Uomo si imbarca, circondato da altri Uomini in fuga. Passa le giornate sul pontile, scrive, osserva i compagni di viaggio. Sono tanti. Aspettano. Attraverso gli oblò della nave le nuvole cambiano forma e colore, trascorrono i giorni, sembrano infiniti. Un Uomo approda finalmente in un nuovo Paese. Viene messo in fila, con altri mille come lui. Deve passare i controlli medici, un colloquio orale. Non comprende questa lingua sconosciuta, fatica a esprimersi. Un Uomo ottiene un visto per la città. È viva, caotica. Osserva stupito animali bizzarri, strani strumenti, scritte incomprensibili, cibi esotici. Un uomo cerca un posto in cui alloggiare, trova una stanzetta minuscola, piena di oggetti curiosi. C’è anche uno strano essere con cui dovrà convivere. Un uomo sente nostalgia di casa. Ripensa all’addio alla figlia, alla moglie, non le rivedrà presto. Appende la loro fotografia al muro. Il giorno dopo, un Uomo cercherà lavoro...

Farci vestire i panni di un migrante, seguire i suoi primi passi incerti in una terra estranea, provare la sua nostalgia, i suoi timori. Questo l’intento ambizioso di Shaun Tan ne L’approdo, una storia credibilissima e tristemente attuale, un’opera che sfugge alle definizioni. È letteratura. Arte. Emozione. È racconto di sole immagini, silenzioso ma non muto, capace di parlare a tutti. L’eccezionale cura per i dettagli e il taglio cinematografico delle sequenze deliziano la vista e affondano al cuore. Alla straordinaria galleria di ritratti che popola i risguardi di copertina – volti segnati da una comune, coraggiosa scelta di vita – seguono minuziose fisionomie, “istantanee” di personaggi avvolti in atmosfere fantastiche e oniriche. Emerge prepotente la vena creativa e surreale dell’autore (già concept artist per il film d’animazione Wall-E, guarda caso altra opera “silenziosa”), pluripremiata a livello internazionale (miglior libro al festival di Angoulême nel 2008 per L’approdo, nonché Oscar 2011 per il corto Oggetti smarriti, ispirato al libro omonimo). Tan sa come onorare il valore della solidarietà e il primum movens dell’esperienza del migrante, la speranza, “addolcendo” il tutto con contorni fiabeschi – solo in parte: c’è anche tanta, dolorosa realtà. Dispiace davvero arrivare all’ultima pagina di questo silent book. Per tutta la durata della “lettura”, si è senza parole. Ed è buffo, o forse estremamente coerente, quando si ha davanti un libro che parole non ne ha.



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