La profezia dell’armadillo

La profezia dell’armadillo

Succede di perdersi dentro se stessi: le chiamano elucubrazioni della psiche, moti dell’anima, o più prosaicamente “pippe mentali”. Zerocalcare, pischello come tanti, non si vuole rassegnare a parlare da solo, come i pazzi. Allora si inventa un armadillo, amico e alter ego, che così matto no, non lo sembra affatto. Calcare fa una vita ordinaria, tra uscite con gli amici storici, nottate di fronte ai telefilm preferiti, pasti a ore non-pasti e un generale disorientamento nei confronti di ciò che vorrebbe fare nella vita. Una cosa, lo sa – anche se dice di no – gli riesce bene: raccontare in vignette, immaginare alternative alla realtà, delirare, ma sempre più lucidamente di quanto sembri. Capita, però, che per quanto sia assolutamente fuori come un balcone, la vita lo prenda a pizze (a due a due, finché non diventano dispari): Camille, un’amica di vecchia data, nonché prima cotta mai confessata, muore. Glielo comunica il padre, per mail, dopo una delle canoniche figure di merda. Quindi la psicosi, perché la morte rimette in gioco tutto, scale di valori e pregiudizi, atti, fatti e impressioni, e la voglia incontrollabile di raccontare la vita, per quella cosa misera e grandissima che è, dalla A di Armadillo alla Z di Zerocalcare...

Per la serie: se lo conosci non lo eviti. Se bazzicate sufficientemente su Facebook, vi sarà capitato di seguire un link, messo dall’amico fannullone di turno che si lamenta di quanto faccia schifo il lunedì ma per fortuna che c’è Zerocalcare, a un blog pieno di fumetti disegnati alla rinfusa, personaggi comuni – tipo il cugino di – con le fattezze di vip o idoli dei magici anni ’80-’90 (la privacy prima di tutto e la trash tv sopra ogni cosa) e trame inconsistenti quanto basta per catturare l’attenzione. Ecco, se ci siete arrivati (per sbaglio, certo, non vi credo tanto masochisti), rimaneteci. Zerocalcare è questo tizio quasi trentenne, credo, che ha aperto questo blog quasi senza pretese, credo, e invece è stato inondato dai “mi piace”, dai tweet e così sia. La voce si è sparsa e il grande Makkox un bel giorno l’ha sfidato a pubblicare un libro. ZC si è fatto trovare pronto con La profezia dell’armadillo (tante ristampe e un’edizione a colori per Bao publishing), che poi, diciamola tutta, un libro vero e proprio non è. Brossurato, per carità, racconta una vicenda unica, certo, ma è anche frammentato in mille microstorie di vita vissuta, per cui la trama principale viene messa da parte in favore di lotte mortali contro zanzareputtantemaledette, preghiere al “dio del giorno dopo” perché aggiusti quel che il dio del giorno corrente ha irrimediabilmente sfasciato, viaggi temporali nel box della doccia, slalom tra i mobili di casa su una sedia con rotelle e imprecazioni lanciate come coriandoli a carnevale ai vicini di casa rompimaroni. Insomma, la vita e nient’altro. Zerocalcare ha trovato – non so come, non so perché – una maniera efficace per raccontare le quotidianità (plurale d’obbligo): quella comune, la proverbiale routine, e un’altra più intima (ma non meno condivisa, non solo in senso lato). Il modus operandi funziona grazie all’estrema naturalezza della comunicazione: le storie vengono fuori lisce come l’olio, un lunedì ogni due, sul trafficatissimo blog, accroccate in architetture sghembe e tavole apparentemente scarabocchiate alla buona. Ma non fatevi ingannare: ZC è geniale per immediatezza e anche per premeditazione. La sua arte (e via così, dai, di paroloni) è istintiva quanto basta per risultare genuina e pensata sufficientemente da rendere la narrazione valida e lo stile grafico personale e ricercato. In più fa ridere, vuoi mettere? Anche l’autoconversione in fumetto è avveduta: non si sa – e francamente neanche interessa, non se la prenda a male – quanto di Michele (il vero nome, una soffiata dallo sciamano Facebook) sia dentro Zerocalcare, ma il personaggio è credibile, uno spassoso compromesso tra lo stereotipo di una generazione che giustamente si sente rappresentata (nelle paranoie come nei colpi di genio) e una personalità piuttosto comune – non si offenda, e due – tanto da sentirla vicina, a portata di birra informale. C’è da dire, comunque, che il salto qualitativo e quantitativo dalla striscia alla pseudo-graphic novel non è indolore e neanche perfettamente riuscito: La profezia dell’armadillo, ottimo collage di situazioni, gag e pensieri di grafite, è leggermente carente in coesione e ritmo, peculiarità però accennate e di là da venire, come anche una vena malinconica tutta da esplorare (due immagini per tutte: un infuso tramutato in palude dalla difficoltà di accettare la morte di Camille e i due compagni di vita, l’armadillo per ZC e un enorme mostro nero per la ragazza, chiusi fuori dalla porta di una notte senza brutti pensieri). Perché sì, caro Calcare, l’hai capito anche tu che basta con l’adolescenza lunga, come la chiami: è tempo di fare sul serio (ma non troppo). Inutile fingere: quella leggerezza mai ritrovata da Camille è rimasta nei prati che hanno accolto le vostre (nostre?) schiene e speranze, quando ancora c’era il tempo di sdraiarsi. È stato bello tornare a trovarla, come si fa con i vecchi amici, salvo poi continuare per la propria strada, e cercarla, la leggerezza, negli anni e nelle opere che verranno.



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