La saga dei Bojeffries

La saga dei Bojeffries

Trevor Inchmale è un addetto alla riscossione degli affitti. Attento, orgoglioso del suo lavoro, desideroso di scrivere una biografia di cui fantastica il titolo in continuazione. Quando nel suo giro però si imbatte nella famiglia Bojeffries, la sua professionalità è messa a dura prova. La famiglia Bojeffries non è esattamente la tipica famiglia inglese. Il capofamiglia Jobremus Bojeffries ha sulle spalle una numerosa compagine di familiari: il figlio Reth, la figlia Ginda, grassa quanto incredibilmente intelligente, in grado di calcolare il numero di molecole in una stella senza muovere le labbra o di sradicare una quercia per farci un albero di natale, il nonno Podlasp ormai ridotto ad un immenso ed informe ammasso organico, lo zio Festus, vampiro abbastanza sfigato e lo zio Raoul, licantropo ed operaio. In cantina c'è anche l’ultimo arrivato, un baby nucleo energetico coccolabile solo con le dovute tute antiradiazioni...

Se Alan Moore e le numerose sue opere non hanno bisogno di presentazioni, La saga dei Bojeffries ci permette di riscoprire un interessante segmento del fumetto britannico degli anni ‘80. In quel periodo Moore è già in forze alla Marvel Uk, assegnato a titoli come Doctor Who, Star Wars: The Empire Strikes Back Monthly e Marvel Superheroes Magazine, dove, tra le altre cose si occupa di Captain Britain in coppia con Alan Davis. È il 1982 e l’ex editor-in-chief della Marvel Uk Dez Skinn coinvolge Moore nel lancio della rivista indipendente “Warrior” sotto il marchio editoriale della sua Quality Communications. L’ingaggio prevede libertà creativa e copyright per gli autori. È dunque su “Warrior” che fa il suo esordio la famiglia Bojeffries, insieme ad altri due titoli ben diversi, Miracleman e V for Vendetta. La rivista dura purtroppo, solo 26 numeri e Moore dovrà portare a termine le sue saghe sotto altre forme ed etichette. I Bojeffries passeranno prima alla Fantagraphic Books, poi alla Atomeka Press ed infine alla Thundra. Una saga durata dieci anni, sempre in coppia con Steve Parkhouse, in cui Moore, messi da parte superpoteri e maschere, crea una sorta di sit-com a fumetti con un format à la famiglia Addams, ma con una fortissima connotazione british. Il set è il Regno Unito di Margaret Thatcher, dei conservatori e di uno spiccato sentimento antirazziale, ma è soprattutto il Regno Unito della working class che Moore sceglie come filtro narrativo. Una satira bagnata di soprannaturale ma che resta sul pezzo e che rivela un lato di Alan Moore meno oscuro e più solare ed altrettanto pungente.



 

 

 

 
 
 
 

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