La sposa yemenita

La sposa yemenita

Laura è una reporter; arriva a Sana’a, in Yemen, nell’estate 2012, per imparare la lingua araba presso un prestigiosissimo collegio: lo “Yemen college of middle eastern studies”. Viene invitata al matrimonio di Jamilla, amica della sua amica Hanien. In Yemen i matrimoni durano tre giorni e lo sposo e la sposa festeggiano separatamente, rispettivamente con gli amici e le amiche. Jamilla dona a lei per prima una rosa rossa: a quanto pare sarà lei, tra tutte le donne presenti, la prossima a sposarsi (ed effettivamente sarà così!). Laura viene scelta come reporter in Yemen dall’agenzia americana Transterra Media, e inizia così a documentarsi sui bombardamenti dei droni, sul traffico dei bambini tra Yemen e Arabia Saudita; tocca con mano la follia degli attacchi suicidi – dove “la morte […] è qualcosa che non si vede. Essa, come la guerra, si odora. Fino alla nausea” –, il pullulare delle donne velate che s’impara a riconoscere solo dalle curve degli occhi, o il dramma del rapimento degli stranieri, come quello di Luke Somers, un fotoreporter americano. Laura instaura un dialogo, quasi uno scambio interreligioso, con il più importante sheikh di Sana’a: ed è qui che capisce che esiste il rispetto, che “esiste per chi vede nell’altro una creatura di Dio, per quanto possa essere attaccato alle sue idee e […] vorrebbe che l’altro si entusiasmasse per le stesse cose per cui si entusiasma lui”…

Una/un graphic novel – o meglio un libro di graphic journalism –, come forma quasi inedita (ricordiamo anche Dove la terra brucia della stessa Cannatella su Maria Grazia Cutuli) e vivace per raccontare storie impegnative, storie attinte dagli eroi della vita. Un modo alternativo, quasi lieve, per sorvolare la realtà e planarvi piano, con delicatezza. Un modo diverso per avvicinarla, per farla un po’ più nostra (perché ogni realtà umana, in quanto tale, è di tutti), per riconoscerci. Le inchieste e la vita di Laura Silvia Battaglia fuse all’arte di Paola Cannatella creano pagine fortemente evocative, comunicative, dirette… come indubbiamente nessun’altra forma avrebbe mai potuto fare. Lo Yemen si disegna nelle nostre menti, pagina dopo pagina, scorre davanti ai nostri occhi perché, finalmente, ce lo lasciano vedere per quello che è. La sposa yemenita non è solo Jamilla, ma è anche Laura – che proprio in Yemen incontra Taha, il suo futuro marito – e tutte le donne che lei stessa ci racconta: tutti gli sguardi che impara – e noi con lei – a conoscere e riconoscere. I tredici capitoli sono scanditi tra tre “cornici” colorate: il rosso per la quotidianità, il giallo per gli argomenti religiosi e il blu per le inchieste. Quel che resta de La sposa yemenita, tra le tante sensazioni, è il desiderio umano di andare oltre: oltre le forme e le barriere dei generi, dei modi di raccontare, di fare cronaca; oltre le differenze che non sono limiti ma possibilità. Oltre gli uomini per essere eroi veri… magari a fumetti.



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