La storia del Capitano Quijote Patchwork

La storia del Capitano Quijote Patchwork
2156. Nel quadrante spaziale del mare universale, le balene testadiferro, gigantesche meteoriti dai colori sgargianti stracolme di metalli preziosi, viaggiano a velocità supersoniche, attraversando le correnti stellari proprio come enormi cetacei: maestose, irraggiungibili, ambite. Chulain, giovane esploratore disposto a tutto pur di solcare le galassie, riesce ad imbarcarsi per il rotto della cuffia sulla Grampus, ammiraglia di una flotta fantasma al cui comando c'è il capitano Quijote Patchwork, arcigno assemblamento di meccanismi e organi di plastica che dell'essere umano che fu conserva solo la testa (e neanche tutta) e un polmone di cui è innamorato, ribattezzato Paul, tormentato – proprio come ogni grande amore – dal fumo di una pipa mai spenta. Cap Quijote ha un desiderio al quale ha sacrificato diversi equipaggi, tutta la propria esistenza oltre che la propria persona: catturare la più grande balena dello spazio, un'ombra bianca “avvolta dai fumi e dai gas” con due “spaccature sul davanti che sembravano occhi, occhi minacciosi!”. I sogni chimerici però, troppo grandi anche per uomini di enorme statura, fanno presto a diluirsi con la paranoia e a sprofondare nell'ossessione...
Stefano Benni adatta, a ben 27 anni dalla prima edizione, uno degli episodi caratteristici di quel carnevale di invenzioni buffe e trovate geniali, traslazione fantascientifica del suo particolare atteggiamento letterario, che è il romanzo Terra!. Il testo originale, comunque, non viene modificato granché: dato che la sua scrittura ha da sempre un'impronta visivo-cinematografica è bastato limare e selezionare le parole per poi racchiuderle in rettangoli rigorosi, fumetti frastagliati o nuvolette nebulose. Solo un passo, dunque, a separare la prosa dalla sceneggiatura. Il vero quid è tutto nelle splendide illustrazioni di Spartaco Ripa, papà del Supergame – Giardino cybernetico de Il Giornalino, che si tramuta qui in regista, direttore della fotografia e del montaggio; vero deus ex machina dell'opera. La delicatezza e l'umiltà con cui, dalle sintetiche parole di Benni, Ripa riesce a costruire tutto un mondo di macchinari, ambientazioni, costumi, sguardi, ingegni sono quelle del fan rispettoso mescolate alla consapevolezza del mezzo di un'artista esperto: le sue tavole sanno riprodurre quella gustosa atmosfera retrofuturistica che solo il cervello dei lettori che nel 1983 lessero il caleidoscopico Terra! aveva saputo concepire. Le belle immagini (seppur fin troppo statiche e ammiccanti all'illustrazione) sono supportate da una colorazione ad acquerelli ed ecoline efficace ma misurata, incisiva ma non invadente. In questo caso acconciare per le vignette poche pagine di un romanzo, per di più di grande successo, è stato sicuramente un rischio: La storia del Capitano Quijote Patchwork sarebbe potuta venir fuori tronca, senza capo né coda, avulsa dal contesto per la quale fu ideata, il quadratino scozzese di una coperta che ne comprendeva, in anni passati, molti altri di colori e forme differenti. Invece Spartaco Ripa fa affiorare da una piccola crepa testuale un universo coerente – sembra esistere da sempre e non solo in occasione del racconto – come un sistema di vasi, vene ed arterie può essere intuito dalla visione di una goccia di sangue. Un bravo autore, d'altronde, sa come e cosa emulare dei personaggi: era inevitabile essere travolti dalla tentazione di correre qualche rischio inseguendo una grande impresa. Cap Q. insegna: chi non azzarda non vive. E chi sono Ripa o Benni, e chi siamo noi, per contraddire l'affascinante quanto sclerotico mix di Don Chischotte e del Capitano Achab? Mulini a vento, Moby Dick, meteoriti gigantesche: fatevi sotto.

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