Le montagne della follia

I giornali danno ampio risalto all’ormai imminente partenza della spedizione Starkweather-Moore per l’Antartide. Probabilmente tutti coloro che leggono queste notizie provano un senso di soddisfazione più o meno pronunciato. Dyer no. Lui è preoccupato, anzi angosciato. Ode ancora risuonare quel misterioso richiamo, “Tekeli-li!”. Decide dunque di avvertire gli scienziati e l’opinione pubblica, pur consapevole che non sarà creduto. Ma Dyer non è una persona qualsiasi. È un geologo, ha insegnato alla Miskatonic University. E soprattutto ha partecipato all’ultima spedizione in Antartide, nel 1930. Con lui a dirigerla c’erano il biologo Lake, l’ingegnere Pabodie, il fisico e meteorologo Atwood, accompagnati da qualche decina di tecnici e assistenti distribuiti su due navi partite da Boston il 2 settembre. L’idea era raccogliere campioni di “roccia e di terreno tratti dalle profondità di varie parti del continente antartico” e di tornare indietro entro la fine dell’estate antartica. I primi di novembre la spedizione era arrivata nello stretto di McMurdo e – dopo un difficile approdo – i ricercatori avevano allestito un accampamento sula costa ghiacciata dell’isola di Ross. Qui erano stati montati i cinque aerei trasportati dalle navi. Quattro erao decollati per l’entroterra, per atterrare a 1000 km a sud, oltre il ghiacciaio Beardmore, e qui costruire la base permanente della spedizione. Un aereo era invece rimasto sulla costa per ogni evenienza. Dyer ricorda ancora l’emozione causata negli scienziati dal rinvenimento sottoterra di tre singolari frammenti di ardesia contenenti un fossile, “l’impronta di un grande organismo sconosciuto a uno stadio notevolmente avanzato di evoluzione”. Lake era il più entusiasta di tutti, Dyer il più scettico: quella roccia era databile tra i cinquecento e i mille milioni di anni fa, era impossibile che all’epoca esistesse un organismo del genere. Il programma della spedizione prevedeva di spostare il campo base a est per stabilire se l’Antartide fosse un unico continente o due, ma Lake aveva “sviluppato un’ostinata insistenza” perché si andasse invece a nordovest per indagare sui fossili misteriosi. Tra i membri della spedizione aveva iniziato a serpeggiare il nervosismo…

Il britannico Ian N.J. Culbard, apprezzato fumettista, illustratore e regista, si cimenta con una delle opere più controverse e affascinanti di Howard P. Lovecraft, un romanzo breve su cui lo scrittore di Providence puntava molto nel 1931 per risollevare le sue sorti economiche e ottenere finalmente l’apprezzamento della critica letteraria e del pubblico e che invece si rivelò un fiasco, faticando persino a raggiungere la pubblicazione. “Le montagne della follia è la mia opera più seria”, ha scritto proprio Lovecraft in una lettera, “e il vederla rifiutata mi scoraggiò profondamente”. Lo scrittore odiava con tutta l’anima il freddo e quindi per lui i resoconti sulle esplorazioni polari – genere assai in voga ai primi del 900 – avevano sempre una sfumatura horror in più, così l’entroterra inesplorato dell’Antartide gli parve l’ambientazione perfetta per questa rilettura della storia del mondo alla luce della cosmogonia che già aveva costruito nelle opere del Ciclo di Chtulhu. La spedizione della Miskatonic University riporta accidentalmente alla vita un gruppo di Antichi, alieni celenteratiformi che in epoche assai remote hanno creato mediante arcani esperimenti la vita sulla Terra, uomo compreso. Gli Antichi ovviamente ci considerano alla stregua di animali domestici e quindi sterminano senza pietà la maggior parte degli scienziati, ma cadono essi stessi vittima di un orrore primigeno, lo stesso che li ha spinti ad abbandonare la gigantesca città di pietra che si trova al di là delle altissime Montagne della Follia. È questo orrore che Dyer e Danforth si troveranno a scoprire e ad affrontare nei sotterranei delle antichissime rovine in pagine che ricordano in modo imbarazzante (imbarazzante per Ridley Scott e gli sceneggiatori Jon Spaihts e Damon Lindelof, sia chiaro) lo script del film Prometheus, prequel del ciclo di Alien. Culbard dona a questa storia inquietante un aplomb anni 30 grazie ad uno stile grafico à la Tintin e segue fedelmente il testo di Lovecraft. Ce n’è abbastanza per rendere Le montagne della follia un albo a fumetti imperdibile per gli appassionati di horror, di archeologia fantastica e di spedizioni polari.



0
 

 

 

 
 
 
 

Potrebbero piacerti anche

Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER