Loveless - Che razza di ritorno a casa

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1867. La Guerra Civile è finita da due anni a Blackwater, nel sud degli Stati Uniti. La cittadina, dopo la sconfitta dei Confederati, è occupata dall'esercito nordista, sopportato a malapena dalla popolazione, che cova desideri di ribellione. In questa polveriera torna come un fantasma dal passato Wes Cutter, veterano sudista nativo di Blackwater. Wes ha passato due anni in un campo di prigionia: nel frattempo la sua casa veniva requisita dalle truppe yankee, sua moglie Ruth veniva stuprata da un branco di soldati ubriachi per poi sparire senza lasciare traccia, suo fratello Johnny si trasferiva all'Ovest. Wes, carico di rancore e violenza, cerca di ricostruire il suo spazio a Blackwater, ma si trova schiacciato tra l'incudine dei nordisti che hanno distrutto la sua vita ma ora lo vogliono arruolare e il martello di ex amici e camerati che non riconosce più e sembrano odiarlo. Metodicamente, Cutter semina disordine nel complesso ingranaggio della realtà post-bellica, aiutato da una misteriosa donna vestita da cowboy che lo segue ovunque, lo difende a fucilate e lo soddisfa a letto (è forse sua moglie Ruth rediviva?) e mosso dal suo inesauribile, virulento, insaziabile odio...
Dopo Hellblazer, la coppia Azzarello-Frusin reinventa il western con una storia maledetta, straniante, amara come il fiele. L'ironia surreal-orrorifica del Jonah Hex di Joe Lansdale è lontana anni luce, in Loveless (senza amore, senza nemmeno l'odore dell'amore) regna una malinconica disperazione alla quale i personaggi cercano di ribellarsi come cani che mordono la catena. "Si tratta di un noir spaghetti-western, un omaggio al cinema di genere italiano", ha spiegato lo sceneggiatore Brian Azzarello in una recente intervista. "Noir e spaghetti-western hanno però due differenti sensibilità. Un western è qualcosa che vive di grandi spazi, di possibilità, di frontiere nelle quali un personaggio può reinventarsi, è qualcosa che ha attinenza col cambiamento. Un noir invece è claustrofobico, parla di errori e di come i personaggi sono inesorabilmente destinati a finire". Lo svolgersi del plot (il volume raccoglie i numeri 1-5 della miniserie) è a tratti faticoso, non trasparente: di grande efficacia sempre invece le matite dell'argentino Marcelo Frusin, con la loro dinamicità moderna e classica insieme. Che sia di Azzarello o di Frusin, geniale l'idea di sovrapporre eventi e flashback nella stessa vignetta.

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