Maledetta balena

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In un letto d’ospedale le facce da osservare sono sempre le stesse. La lampada sul soffitto diventa una meridiana, unico indizio del tempo che scorre. Ma la luce dura sempre troppo poco, le ore diventano indistinguibili e torna sempre il buio... “Figlio di ammiraglio, ferito o coglione?”: il soldato comune Giovanni Dardini, dopo un’esplosione sulla sua nave, non dorme più. Ma la Marina lo vuole ancora e lui si ritrova cuoco su una nave di cui quasi nessuno sembra avere notizia: una “balena di lusso”, un investimento prezioso camuffato da ospedale militare, da proteggere con i pochi uomini che non hanno disertato. Le formalità non sono molte, le regole vengono spesso aggiornate, gli ordini sono sostituiti dai segreti. Il Capitano si concede pasto doppio, ma perché in un piatto sempre separato? Nel letto, è ora di cominciare a controllare: il braccio sinistro funziona. Il destro, invece, perché non si muove? Un altro uomo e un gabbiano sono i nuovi compagni di stanza. La coscienza di sé non torna, il buio invece sì. Liliana è la figlia del capitano: le cose preziose nascoste sulla nave sono anche giovani e femminili. La presenza della ragazza spinge Giovanni a esplorazioni e imprese folli ma anche suo padre sembra aver qualcosa in mente per trarre dalla strana situazione ogni profitto. Il gabbiano continua a tornare ai piedi di quel letto d’ospedale e diventa sempre più forte il bisogno di scappare...

 

Due ragazzi di fronte a una fonte di luce: potrebbero essere davanti alla tv, in una sera qualunque, ma la copertina è solo il primo indizio di un continuo scambio di piani tra un presente sospeso e la presenza non meno reale della memoria. Maledetta balena è un libro ben costruito e commovente: la narrazione è lenta e asciutta, il tratto di Walter Chendi si adatta perfettamente alle due storie contrapposte, quella di una malattia e quella di una guerra, che (ricompongono) il racconto del protagonista. Non si gira attorno alle cose: il gergo marinaresco e la confusione di una mente annebbiata nascondono solo temporaneamente i fatti senza sminuirne le conseguenze, felici e dolorose, anche perché il presente è proprio di fronte a noi. Ne vediamo le gambe magre, le cannule, le parole sgarbate, le allucinazioni. Sono molti i capitoli che mancherebbero per ricongiungere le due storie: non sappiamo quanti anni le separino, conosciamo solo il nome di qualcuna delle persone che rende reale quello spazio vuoto. Qualche spunto di autobiografia, un ricorrente simbolismo, un’acrobatica narrazione in soggettiva: Walter Chendi parla di memoria e della temibile perdita di se stessi, sfruttando il racconto dei fatti e una perfetta architettura per arrivare, attraverso alterni stati di coscienza, al culmine del finale.

 


 

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