Mediterraneo

Mediterraneo

La città è devastata dalla guerra e dalle bombe, i soldati nelle loro mimetiche stringono in mano i loro mitra e salgono su per i condomini, falciando persone come fossero cose, così non si distingue più nel pavimento quali siano gli oggetti di arredo e quali gli abitanti, stesi orizzontalmente e scomposti. Amalia è costretta a fuggire dalla sua casa, l’unica cosa che porta con sé sono i suoi colori, tranne una delle matite che lascia cadere dalla finestra, sulla strada: l’ultimo regalo al suo amico di infanzia da cui è costretta a separarsi. Nel suo viaggio in solitaria lascia la città devastata e fumante, le schiere di cadaveri e i suoi compaesani che gridano, stringono i loro bambini e cercano di sfuggire da una guerra che non possono vincere perché non hanno armi, ma solo zaini e valige e sacchi in cui hanno accatastato alla bene e meglio i loro effetti personali. Oltre la città c’è un’alta montagna arida e pietrosa, e oltre la montagna un ampio deserto. Proprio in questo deserto la ragazza trova il relitto di una nave dentro il quale si rifugia. Ma la notte gli incubi non le danno pace, i giubbotti di salvataggio come fuochi fatui brillano e volteggiano nel cielo senza stelle e lei si trova sempre più sola. Ogni tanto sogna il suo amico e i tempi andati, in cui coloravano sereni nella luminosa stanza un grande sole, e alberi e palazzine tutte intere, con le finestre ad affacciarsi nel cielo terso…

Mediterraneo a un primo sguardo potrebbe sembrare un fumetto da ascrivere nel panorama del graphic journalism, ovvero le narrazioni per immagini che raccontano fatti di cronaca, e in parte lo è. Racconta infatti un episodio legato alla vita di una ragazza, Amalia, costretta ad abbandonare la sua città devastata dalla guerra, verosimilmente Aleppo o Mosul, ma per proprietà transitiva di bombe e missili e armi di distruzione di massa potrebbe essere un luogo qualsiasi di quelli che spesso guardiamo troppo distrattamente durante i telegiornali. Una distrazione che il giornalista Sergio Nazzaro, già autore di reportage legati allo sfruttamento delle migrazioni da parte della criminalità organizzata, come Castel Volturno. Reportage sulla mafia africana (Einaudi, 2013), ha voluto narrarci attraverso un racconto di fantasia ma tremendamente verosimile. Grazie alle ampie ed emozionali tavole illustrate da Luca Ferrara apprendiamo che il Mediterraneo, vergognandosi dei troppi morti presenti nel suo scuro abisso, si ritira lasciando un ampio deserto da cui riaffiora tutto il male che le società civili cercano di nascondere. Le anime perdute di chi ha provato senza successo a scappare dalla guerra e dalla povertà. Un libro per immagini che non vuole essere un atto d’accusa ma una fotografia di ciò che è accaduto e continua ad accadere. La particolarità del fumetto è che non ci sono didascalie o dialoghi, è completamente muto. Il lettore ha solo le immagini per decodificare ciò che accade ad Amalia e al mondo in cui è nata e cresciuta. Forse perché le parole molto spesso si sprecano quando accade l’ennesima tragedia, ma mai vengono utilizzate per risolvere in maniera concreta una tragedia umana di ampissime dimensioni: solo nel 2018 sono stati 1800 i morti accertati nel Mediterraneo, 564 nel solo mese di giugno. E le statistiche non devono sembrarci solo numeri da inserire in una tabella, sono uomini e donne e bambini: sono vite, come ben dipinge Luca Ferrara nelle sue tavole. Il fumetto è stato pubblicato da Round Robin in collaborazione con la Croce Rossa Italiana, come si apprende anche dalla prefazione di Francesco Rocca, presidente dell’ente.



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