Pallonate del destino

Pallonate del destino

Un volto straziato dal dolore, mezzo viso deformato e visibilmente rovinato: ma è solo un sogno. Sokoko si sveglia ed è nel suo letto, accanto alla sua compagna di stanza. Dopo l’incubo, riprendono a dormire. Per tornare poi in un campo di pallavolo dove sono coinvolte in una partita, dagli esiti decisamente stranianti. A sfidarsi sono le Dark Cookies contro le Bambi Killah: ma in gioco non c’è solo il punteggio, alla battuta di Polly, la palla colpisce Misuki scavandogli una ferita nel volto, attraverso il cranio. Ma la battaglia non finisce qui: perché Greta salta e schiaccia, e stavolta il colpo raggiunge la stessa Polly cui si spezzano le braccia, rivelando circuiti cibernetici e fili elettrici. Nessuna di loro è realmente un essere vivente, ma forse non siamo proprio sulla Terra: perché dai finestroni dell’infermeria quello che appare è il mondo distante anni luce, sotto l’effetto di bombe alfa. E le giocatrici osservano da una stazione orbitante…

A volte nell’esercizio critico ci si compiace a trovare etichette, generi e definizioni per recintare un’opera dentro determinati e ben definiti orizzonti, o più semplicemente per facilitare l’accesso al pubblico più distratto. In altri casi, come in Pallonate del destino, definire l’opera come gore ultrapop aiuta un pochino la stessa pratica critica. A capire cosa si è letto, a metabolizzare queste 200 pagine che a leggerle sembrano durare 2000: per arrivare sul finale e accorgersi che c’è differenza tra la lunghezza cronologica e quella emotiva. Nonostante nel mondo del fumetto si tenda spesso e volentieri a dire che un volume è “qualcosa di mai visto prima” senza un fondamento, Pallonate del destino lo è davvero: un racconto stravagante che si muove barcollante tra diverse tipologie letterarie e che ha come costante lo straniamento, lo sbilanciamento, il perturbante. Le griglie delle pagine sono costruite nella maniera più lineare possibile: due vignette a tavola, in bianco e nero, con tratto pulitissimo e veloce, didascalie quanto meno possibile, dialoghi brillanti e fulminanti. Ma la somma è decisamente differente dalle singole parti: il libro di Edo9000 (al secolo, parrebbe essere Edoardo Baraldi: artista dai molteplici soprannomi tra cui King Pritt, si muove nelle illustrazioni con stile innovativo e senza regole predefinite) è spiazzante e dissacrante, non ha sottotesti facili o evidenti, non spinge il lettore ad empatizzare con nessuno dei suoi protagonisti. Anzi, usa la sua linearità apparente per distanziarsi emotivamente da tutto e riflettere uno stato di disagio profondo, indefinito, che non si fa problemi ad usare situazioni forti e a tratti fortissime (sbudellamenti, decapitazioni, bulbi oculari che sprizzano fuori dal cranio...) per restituire un senso di fastidio che non solo non dà spiegoni o soluzioni preconfezionate, manicheisticamente divise tra bene e male, ma alla fine porta il lettore ad interrogarsi su tutto quello in cui è stato coinvolto.



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