Pensavo fosse amore invece era Matteo Renzi

Mai e poi mai, recandosi a fare una visita dal dermatologo specializzato in malattie veneree, Nat si sarebbe aspettato di trovarsi di fronte una ragazza carina invece di un severo signore in camice bianco. E ora è a quella ragazza carina, tremolando e arrossendo, che deve spiegare di quel “problema” che ha proprio “là” iniziato circa sette anni prima, in Spagna. Mai e poi mai dal canto suo Laura – la giovane dottoressa si chiama così – si sarebbe aspettata che quel giovane paziente timido e carino le avrebbe chiesto di uscire assieme. Sono i “tempi dell’ultimo Berlusconi”, il 2011, Laura e Nat vanno a vivere insieme. A novembre il premier, incalzato dalla crisi economica e dallo scandalo delle escort, deve dimettersi e lasciare il passo a Mario Monti. Per un vignettista satirico è una vera sciagura: con Berlusconi al potere era facile fare satira, fare giornalismo, fare politica, persino fare l’amore. La realtà era chiara: o stavi con Berlusconi o stavi contro di lui. Ma ora? Dopo un anno difficile qualcosa però torna a movimentare la scena, almeno a sentire Laura, che è una entusiasta militante del PD: le primarie del centrosinistra. Un evento ricco di personaggi promettenti per un vignettista come Nat. C’è Bersani, lo smacchiatore di giaguari, il grande favorito; poi ci sono l’inquietante Tabacci, Nichi Vendola, la Puppato! Un po’ più defilato, un giovane sindaco al quale molti pronosticano una grande carriera: Matteo Renzi, il rottamatore. È proprio lui ad arrivare al ballottaggio finale con Bersani…

Impressioni contrastanti derivano dalla lettura di questo fumetto a metà tra autobiografia e satira del vignettista de “Il Fatto Quotidiano” Mario Natangelo, che racconta i suoi e i nostri ultimi quattro anni. Davvero gustose, tenere e divertenti le vignette dedicate alla storia sentimentale di Nat e Laura: sono credibili, toccano il cuore, fanno sorridere, si percepisce con nettezza che il disegnatore/sceneggiatore/giornalista parla di qualcosa che è suo, che conosce, che realmente lo emoziona. Si rimpiange non ce ne siano di più, di vignette dedicate a Laura e Nat. Sensazioni del tutto diverse, quasi opposte, arrivano invece dalla parte “politica” del fumetto, la cosa che – paradossalmente o forse no – funziona meno di Pensavo fosse amore invece era Matteo Renzi. A parte i disegni deliziosi, qualche battuta ben riuscita (l’autocritica della satira troppo “facile” ai tempi di Berlusconi, Marco Travaglio simpatizzante grillino che finge soltanto di divertirsi alle vignette su Beppe Grillo, l’hashtag renziano #bisogniditalia twittato in diretta dal cesso del premier, la presunta opposizione interna al PD guidata da Bersani), le ripetute frecciate a Zerocalcare e un paio di tormentoni che funzionano (Bersani anziano nemico della tecnologia in contrapposizione a un Renzi social-addicted, Letta schiavo di una moglie tirannica) si ha l’impressione di una frequentazione della politica veramente troppo epidermica e bidimensionale. Del resto Natangelo confessa di occuparsi di politica controvoglia, “solo per lavoro”, sin dalle prime due vignette del libro: ma mi illudevo che scherzasse o si schermisse, non che stesse disinnescando il suo stesso lavoro minandolo alle basi. Una vocazione autolesionista che purtroppo continua anche dopo la prima pagina, finendo per diventare un po’ un autogoal per il volume: a ogni meta-intervento critico dell’editore che protestando col disegnatore chiede più vignette su Renzi, quando Natangelo fa dire proprio al suo Renzi “Vogliamo ridere! (…) Per appallarci basta Gramellini” e nel leggere il titolo “Quand’è che si ride?” dato all’ultimo capitolo fatalmente ci si sorprende a pensare “In effetti…”, più che ad apprezzare l’autoironia dell’autore concedendogli un bonario “Ma no dai, stiamo ridendo come pazzi”. Avevi due strade davanti, Nat: o dare retta a Renzi e all’editore, oppure al contrario ridimensionare la parte dedicata alla politica e aumentare quella dedicata al privato. Tenere il piede in due staffe è stato un errore.



 

 

 
 
 
 

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