Pirati, briganti e carambate

Pirati, briganti e carambate
Guai: che tu sia un taglialegna armeno che scopre per caso la formula magica per accedere a un grande tesoro, un corsaro buono a nulla naufragato su un'isola selvaggia, un mozzo (auto)eletto capitano e dipintosi da capo a piedi per emulare i suoi feroci eroi lettarari; scorribande e pasticci apparentemente insanabili: che tu sia un paio di babbucce dagli strampalati poteri magici scappate da chissà quali piedi, un soldo di cacio pestifero rapito dai pirati e trasformato in eroe dalle circostanze, un trio di improbabili viaggiatori temporali; risse e botte da orbi: che tu sia uno spocchioso caballero in fuga da impiccagione certa, un filibustiere con una gamba di quaglia e un'ingombrante fanciulla sequestrata per sbaglio di cui disfarsi, un pistolero western proiettato, per puro caso, in uno scenario picaresco. Non c'è scampo dall'avventura per gli inetti: dietro l'angolo sempre un imprevisto, un errore, l'accidente che dà il via a sterminate sequenze di sfortune. Come può, d'altronde, finire bene se abiti un mondo troppo stretto, in cui la gente si accalca e scavalca, gli eventi si susseguono vorticosamente (al diavolo la logica!), per un insulto si tira il guanto bianco e ogni situazione, dallo scherzo fino alla tragedia, si tinge di bizzarro? Un'enorme fortuna, rincasare sempre con la (propria) pelle addosso...
È quel che succede in Pirati, briganti e carambate, undici/dodici racconti che incarnano le caratteristiche principali del fumetto di Benito Jacovitti (genio del secolo scorso, avete presente?) e costruiscono un percorso, dal'42 al '64, con lo scopo di evidenziare evoluzioni e maturazione del tratto e dello storytelling. Malgrado le maree della Storia novecentesca (un esempio su tutti: i primi racconti privi di balloon perché proibiti dal regime fascista), Jac riesce sempre e comunque a rimanere fedele alla propria visione del mondo, parodiato nelle tavole. A dispetto dei cambi di registro, di segno, di colorazione, la costanza – che non è noia – nel modo in cui interpreta e rielabora la Storia per riproporla nelle storie è di indubbio successo: l'impianto estremamente teatrale delle sceneggiature, quasi da commedia dell'arte (le vicende si svolgono nell'arco di poche ore, i caratteri sono stereotipati, gli avvenimenti rocamboleschi, i colpi di teatro innumerevoli) viene sempre declinato in maniera differente e divertente, pur tenendo conto di schemi efficaci (forse più ieri che oggi) evidentemente graditi ai lettori del tempo; Il grottesco la fa da padrone: con questi cialtroni, egomaniaci, folli, lo scollamento dalla realtà è prepotente ma anche intelligente; Jacovitti si rifugia nella letteratura (Salgari, Dumas, Le mille e una notte e anche un po' di Verne) non per negare la realtà ma per presentarla stravolta nella forma e non nell'essenza: mascherati da farabutti apparentemente innocui si nascondo uomini abietti ed egoisti, semplicemente stupidi o anche deboli, inghiottiti da pericoli causati da incoscienza e ignoranza. Fanno ridere, questo è certo, ma è quel riso amaro per cui si può scomodare l'umorismo di Pirandello senza sentirsi troppo in colpa. Sia chiaro: le carambate di Jacovitti si possono godere tranquillamente senza scendere in profondità; niente impedisce di sfogliare il (pregevole) volume centellinando le affollatissime tavole, saltando da un codice estetico all'altro, divertirsi a ravvisarne le costanti e le variabili, finire intrappolati in uno stile unico. L'ombra di Segar (Popeye), palese nelle prime opere, si dissolve lentamente per lasciare posto ad un'originalità spiazzante: le forme si definiscono, i corpi si contraggono, le espressioni arcigne, contrariate, sorprese diventano un marchio di fabbrica imprescindibile. Allo stesso tempo il ritmo della narrazione si fa più frenetico nonostante la tavola guadagni aria e vuoti a favore di un linguaggio sempre più moderno e meno didascalico, fino alla mutazione in piccolo canone. Le leggi della fisica si assestano e anche nell'universo di Jac arriva l'ordine – appena accennato, per carità – e una parvenza di quella tranquillità che solo la consapevolezza può regalare. Un viaggio formativo magnifico in cui la matita sussulta, a volte arranca, spesso riempie per paura di non saper comunicare e infine si ferma e, guardandosi allo specchio, si riconosce. Può dire finalmente: questa sono io. Salvo decidere, poi, di fare come le pare.

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