Poema a fumetti

Poema a fumetti
Autore: 
Genere: 
Editore: 
Articolo di: 

“Una fredda notte di marzo” Orfi, giovane rocker della Milano anni '60, affacciandosi alla finestra della propria camera, vede Eura, l'amore della sua vita, attraversare una porticina misteriosamente comparsa sul muro di cinta della villa di fronte. Il giorno seguente, quando apprende che la ragazza è morta per un male sconosciuto, capisce dove la sua bianca ombra era diretta. Chitarra in spalla, si presenta sulla soglia dell'Aldilà pretendendo l'ingresso a gran voce con l'intento di riportare indietro l'amata. Un diavolo custode che è una giacca vuota acconsente a farlo passare purché trovi il modo di convincere i morti della bontà delle sue azioni. L'inferno, tuttavia, non è certo come Orfi se lo sarebbe aspettato: è una copia sbiadita del mondo piuttosto che un antro di fuoco o una metropoli lucente; una città dimenticata dove i trapassati vagano svuotati dagli eccessi e dalle passioni con solo il vago ricordo dei colori accesi della vita che fu. Un post mortem pastello, piatto, senza palpiti. Così Orfi inizia a cantare di ciò che i morti hanno perduto, della bellezza delle storie e del fiore del piacere, “quel divino abbandono con dentro l'ombra”, dell'imbuto del tempo “che passa e divora”, della “cara morte” che dà senso all'esistenza. Le note del giovane riusciranno a raggiungere Eura, ormai in procinto di salire sui “treni dell'eternità”? E cosa sarà rimasto di lui in un cuore che non è più capace di battere?

Se la storia non vi suona nuova è perché probabilmente non siete proprio digiuni di mitologia classica. La triste vicenda, infatti, è la rivisitazione in chiave moderna – o ancor più precisamente buzzatiana – dell'antico mito di Orfeo ed Euridice, quello che insegna ai bambini a mantenere le promesse e agli adulti qualcosa di non banale sul non voltarsi indietro. Dino Buzzati, uno dei grandi talenti novecenteschi che la nostra penisola può vantare ma di cui troppo spesso si dimentica o che appiattisce sistematicamente su certo grandi ma non unici successi come Il deserto dei Tartari e Un amore, è stato anche un'integerrima firma del Corriere della Sera di via Solferino, oltre che pittore di grande originalità. Se non fosse per Poema a fumetti, da lui interamente scritto e dipinto, i suoi quadri sarebbero passati inosservati sotto il naso di una critica ingessata e davvero poco incline a considerare l'ipotesi che un autore composto e borghese potesse riuscire efficacemente in un'arte apparentemente mutevole e adulterina quale la pittura. Invece Buzzati dimostrò nel 1969, durante un periodo di vero boom qualitativo per il fumetto nostrano (soprattutto da Roma in su), non solo di saper piegare forme e colori al proprio volere, ma anche ad una particolare forma di racconto. Proprio per questo Il poema si può considerare una somma dei temi, delle suggestioni e delle tecniche narrative (tra cui è obbligatorio annoverare anche l'immagine) più care allo scrittore di Belluno: nelle 208 tavole si mescolano l'amore villano per la città, per i salotti letterari e per un'estetica di rigore e ordine, la selvaggia infatuazione per i boschi e le montagne (le imponenti e amate Dolomiti ritratte anche nel quadro più famoso, in cui assumono la forma del Duomo di Milano), la riverenza cortese ma affatto pudica verso il corpo femminile e le sue forme generose, l'amore che fugge per una vita intera e si scopre incomprensibile non appena acciuffato e il senso del tempo e della morte, dannazioni terrene senza le quali l'esistenza e la felicità risulterebbero non solo effimere, ma anche impossibili da considerare. Nell'Averno in cui è rinchiusa Eura tutto è immobile: non c'è sentimento negli occhi o ticchettio dentro gli orologi e senza “l'ultima porta”, i fantasmi sono condannati a non apprezzare nulla. Lì niente finisce né inizia; tutto è, perpetuamente. “Guardali, sono felici: sbadigliano!”. Il tratto di Buzzati, infantile e caratteristico, si autoimpone di tenere lontani i virtuosismi stilistici:  un disegnare funzionale ad una narrazione in cui parole e immagini creano appositamente vuoti e iati, colmati dall'altra arte o dall'estro del lettore.  Le illustrazioni sembrano tirate via, quasi scarabocchi di qualcuno che non sa disegnare ma vorrebbe e allo stesso modo il lirismo che accompagna la fine de Il deserto dei tartari o l'autoanalisi (linguisticamente) cervellotica del Dorigo di Un amore al cospetto della complessità della laida Laide, qui vengono dimenticati, lasciando terreno ad una prosa poetica che etichettare come evocativa sarebbe eufemistico. Due arti, la pittura e la scrittura, che mostrano il fianco l'una all'altra – ed insieme a chi legge – nella consapevolezza che da sole, almeno nel Buzzati di Poema a fumetti, non potrebbero giungere a completezza. Grande, inoltre, è lo spazio riservato al citazionismo illustrato: da Magritte a Friedrich passando per Bellmer, Bacon, Man Ray, Seurat o Dalì, driblando Murnau e Fellini per approdare a ben più pop(p)olane riviste per adulti. Il “gioco serissimo” di Buzzati è intricato e coinvolgente e si rivolge anche al suo stesso cortile riprendendo soggetti di quadri famosi (il cagnone, il Duomo, il lupo che bussa alla porta, il treno) o decretando la nascita di nuove iconografie che approderanno poi sulla tela. Poema a fumetti, enigmatico, intenso, poetico, commuove perché tocca le circonferenze metafisiche che ogni uomo è prima o poi chiamato a valicare (la scelta morale, l'amore, la morte, il tempo, la fede), ed è anche un'ottima porta d'accesso a quel prisma intossicato di sfaccettature che è l'universo narrativo di Dino Buzzati. Forse più una serratura, attraverso la quale è permesso intuire e non osservare. Ma non temete: per gli umili e i tenaci Buzzati riserva sempre sorprese o salvezza. Quindi aspettare vale la pena: come per Orfi, prima o poi qualcuno verrà ad aprire.

 


 

0

Pubblicità

 

Pubblicità

 

 

 
 
 
 

Potrebbero piacerti anche

Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER