Pompei

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Marcus, l’assistente di Flavius, artista di chiara fama in quel di Pompei, a un tiro di schioppo dall’azzurro bellissimo del golfo di Napoli in cui il mare si fonde col cielo, entra precipitevolissimevolmente nell’atelier laddove il maestro sta ritraendo da par suo una principessa. Il lavoro si interrompe per un attimo, il maestro controlla che il blu sia effettivamente quello giusto e Marcus se ne va a miscelare i colori. Ma dopo poco bussa alla sua porta Alba, che sta con Flavius, il quale artista del pennello al momento si sta prendendo una pausa dal ritratto per penetrare la succitata modella di nobili natali: Flavius dunque dice ad Alba che sicuramente il maestro non l’ha sentita perché troppo concentrato sul paesaggio cui sta lavorando, la invita a tornare dopo due minuti alla porta principale, corre, avvisa il maestro, che invoca la protezione di Giove, scambia i quadri, fa scappare la principessa mentre Flavius si riveste e apre la porta ad Alba. In un breve volgere di minuti è tutto a posto: ci sarebbe anche da ridere, se il monte non brontolasse fumigando…

Non è una novità il fatto che le pubblicazioni che sono riunite sotto l’egida del nome generico e collettivo di graphic novel in realtà siano molto di più che semplici fumetti: l’atteggiamento per il tramite del quale ci si rapporta a questi prodotti deriva infatti da uno stolto pregiudizio. È come se si considerassero di serie B i film d’animazione solo perché la narrazione procede attraverso la giustapposizione di disegni: non è certo quello che conta, anzi, c’è molta più profondità in una singola sequenza di Dumbo che in molti film interi di tanti pretenziosi venerati maestri (stadio evolutivo che segue quello della giovane promessa e soprattutto la fase del, sia concessa la citazione letterale, benché icastica, solito stronzo). Pompei ne è la riprova, e va addirittura oltre, fino a raggiungere le vette di un capolavoro da cui oggettivamente pare assai difficile riuscire a discostarsi senza avere gli occhi lucidi e sentirsi invasi da un grave turbamento: disegni bellissimi che non hanno bisogno del colore, bastano le sfumature chiaroscurali a rendere un’espressività magnifica, emozionanti, suggestivi, una storia di rara potenza, una sceneggiatura – per continuare il paragone con la settima arte – che non conosce l’inefficacia nemmeno nelle didascalie, spesso persino esilaranti. Nell’agosto del 79 dopo Cristo, come ci racconta Plinio e non solo, il Vesuvio, vulcano che domina il golfo di Napoli, erutta e a Ercolano e Pompei fa una strage: la lava uccide e immortala – ancora adesso i reperti, nonostante la pessima conservazione di buona parte dell’incomparabile patrimonio artistico italiano, sono visibili – uomini, donne, bambini, innamorati come i protagonisti dell’opera di Santoro, consapevoli di quello che stava loro capitando e che cercano rifugio nel dolcissimo amore reciproco e nel potere salvifico della bellezza e dell’arte.



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