Punisher – Sentenza di morte

Anni ’70. Wall Street, ora di pranzo. C’è un bel sole primaverile, le strade si riempono di impiegati in pausa. È il luogo e il momento perfetto per il comizio di un politico, ma anche quello per un assassinio. Dal tetto di un palazzo, un uomo vestito con una tuta attillata nera con un teschio sul petto e armato di un fucile di precisione aspetta. Si fa chiamare Punisher, il Punitore. Ha avuto una soffiata: qualcuno vuole uccidere il politico che sta tenendo il comizio e lui vuole impedirlo. Non perché gli importi qualcosa dell’uomo che sta arringando la folla, ne ha avuto abbastanza di quelli come lui quando era giovane e credeva nelle loro fesserie. Lo fa perché sa quanto male farebbe un altro omicidio come quello al suo Paese. D’un tratto, scorge il cecchino sul tetto del palazzo vicino al suo. Punta il fucile, spara, lo ferisce, salta, lo raggiunge. Non si accontenta di aver sventato l’attentato mortale, vuole interrogare quell’uomo per capire chi lo manda, cosa c’è dietro. Con sua grande sorpresa, quando lo solleva da terra, Punisher si accorge che si tratta di Mike Hauley, ex sergente dei marines e suo ex commilitone. Non fa in tempo a riaversi dalla sorpresa che da un elicottero sbucato dal nulla viene lanciata una granata verso di loro: Punisher balza fuori pericolo appena in tempo, ma Hauley viene investito in pieno dall’esplosione e muore sul colpo. Raggiunta la sua base operativa segreta, il Punitore riflette sull’uomo che ha conosciuto in Vietnam: era un duro, ma un amico. Parlava sempre della sua famiglia a Evanton, Illinois. Cosa ha trasformato un tipo del genere in un sicario? E al soldo di chi? Punisher decide di recarsi nel paese natale di Hauley per scoprire entrambe le cose. Nel frattempo la polizia indaga sullo stesso caso: non si tratta del primo attentato, infatti, ma del terzo. Nei primi due casi i cecchini hanno colpito i loro bersagli, uccidendo due uomini politici e venendo entrambi poi uccisi rispettivamente da una guardia di sicurezza e da una pattuglia di poliziotti. Tutti i cecchini sono ex militari, c’è sotto un disegno, un disegno inquietante…

1973. Il giovanissimo editor della Marvel Gerry Conway, vero enfant prodige del comicdom statunitense, propone a Stan Lee e Roy Thomas una serie che di supereroistico non ha nulla, basata sulla figura di un killer/giustiziere con un codice morale tutto suo impegnato in una vendetta senza fine contro il crimine. La serie nelle intenzioni di Conway — come ricorda Antonio Solinas nella sua dotta introduzione — doveva intitolarsi The Assassin, ma il nome viene bocciato da Stan lee per motivi di opportunità. Si ripiega su The Punisher, e la scelta si rivela molto azzeccata, dato che il personaggio si dimostrerà oggetto di un culto crescente, fino ai trionfi nei decenni successivi nelle mani di professionisti del calibro di Steven Grant, Mike Zeck, Mike Baron, Frank Miller, Garth Ennis, John Romita jr., Steve Dillon. Dopo il debutto su tre numeri della serie Amazing Spider-Man, scritta sempre da Conway, il Punitore approda a “Marvel Preview” e “Marvel Super Action”, riviste antologiche di grande formato in bianco e nero, con le storie qui raccolte in un lussuoso volume dalla fantastica copertina-poster. Nella prima Frank Castle sgomina un complotto che ricorda i vecchi film di James Bond, nella seconda consuma la sua vendetta personale contro i mafiosi che hanno sterminato la sua famiglia, capitata per caso sul luogo di un regolamento di conti in un angolo nascosto di Central Park. Il target, lo stile e i temi sono molto diversi dalle altre produzioni Marvel: sparatorie e omicidi si susseguono senza soluzione di continuità, il tratto di Tony DeZuniga è classicamente spigoloso, l’assenza di colori accentua ancor di più l’atmosfera da “noir paramilitare” che è la chiave del successo del personaggio. Chi lo ha amato negli anni che vanno dal 1987 al 2001, quelli d’oro, riscoprirà con piacere le origini del culto di Punisher in queste storie dal gusto retrò, i giovani lettori assaggeranno con curiosità e più che probabile piacere un modo di raccontare assai diverso da quello che va per la maggiore.



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