Raise the dead

Raise the dead
Un bar tavola calda lungo una strada di periferia. Fuori, coi nasi pigiati sulle vetrine e sulla porta sbarrata, centinaia di zombie che sbavano e urlano, con gli occhi accesi da una malevola luce scarlatta. Dentro, sedie rovesciate e il cadavere sgozzato di una cameriera. Ah, e sette persone asserragliate: cinque adulti e due bambini, un fratellino e una sorellina. Hanno una pistola, e la bambina ha dovuto utilizzarla contro loro madre, trasformata in zombie da un morso. Il focolaio dell’epidemia pare essere Pittsburgh: orde di morti viventi infestano le strade, divorando chiunque capita loro a tiro. È possibile fermarli solo colpendoli alla testa, ma basta venire feriti da loro e dopo poco tempo ci si trasforma in zombie affamati di carne umana. I sette assediati  - che hanno ucciso la cameriera per un tragico errore credendola uno zombie - scoprono che nelle cucine del bar si aggirano due morti viventi e li neutralizzano con grande fatica. Non possono resistere a lungo chiusi là dentro, e se ne rendono conto. Ma dove andare, e soprattutto come? Una di loro, autista di pullman, propone di raggiungere il suo mezzo parcheggiato fuori dal bar...
I coniugi-sceneggiatori di comics John Reppion e Leah Moore (sì, è la figlia di Alan Moore) ci regalano la loro personalissima versione di una storia che ci è stata raccontata un sacco di volte. E proprio personalissima, a ben vedere, questa versione non è: i cliché del genere ci sono tutti, idee innovative invece nisba, a meno di non accontentarsi degli occhi rossi luminescenti degli zombie, davvero un po’ pochino. Quindi meglio concentrarsi su altri aspetti, piuttosto che sul plot: personaggi interessanti (“Abbiamo cercato di farli interagire in modi interessanti, l’intera storia è mossa da questa alchimia”, hanno dichiarato gli autori in una recente intervista), il ritmo comunque serrato nonostante i continui flashback (i personaggi vengono subito presentati assieme, poi mano a mano scopriamo i percorsi che hanno portato ognuno di loro nella situazione iniziale), i disegni 'Marvel degli anni ‘00 style' dello spagnolo Hugo Petrus con il loro coloring luccicante. Nella prefazione, il grande Max Brooks racconta di aver esitato prima di accettare di scrivere qualcosa per il fumetto dei suoi amici Moore e Reppion, temendo si trattasse di una porcheria, di quelle “che non fanno altro che annacquare il genere e che magari, in futuro, arriveranno a saturare il mercato”, ma di aver tirato un sospiro di sollievo constatando che si trattava di un prodotto innovativo e non del 'solito' fumetto sugli zombie. La verità? Diciamo che Raise the dead non è una porcheria… ma che Max Brooks è un amico molto affettuoso, ecco.

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