Royal City 1

Royal City 1
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Royal City è una città inospitale: un tempo è stata una fiorente località del New Jersey, ma ora la fabbrica di fatto dismessa che invece per generazioni ha garantito benessere all’operosa cittadinanza non è altro che poco più che archeologia industriale, una nave senza nocchiero che naviga in pessime acque, un monolite decadente che si staglia con la sua mole marcescente, affumicatrice e rugginosa su un panorama triste e sconsolato come un cimitero di elefanti, e come le anime di molte persone che lì vivono in preda allo squallore, alla desolazione, al rimpianto. In particolare c’è una famiglia: uno scrittore in difficoltà, un uomo che passa le sue notti a riparare vecchie radio cercando di rientrare in contatto con qualcuno, benché impossibile, sempre più stanco di quella realtà asfittica eppure convinto di essere l’unico che sappia vedervi qualcosa di importante, ed è dunque questo che lo trattiene lì, nonostante la crescente misantropia, una donna incattivita dalla vita, che fuma troppo. Hanno un segreto: nel 1993 hanno perso Tommy. Figlio e fratello. Era solo un ragazzo. È morto. E appare loro dinnanzi agli occhi all’improvviso, di tanto in tanto, come un fantasma, a età diverse…

È ormai un dato di fatto suffragato da numerose prove in più di un’occasione che molta celebratissima e pluripremiata narrativa in realtà sovente non abbia né la medesima forza né la stessa potenza e solidità espressiva di molti prodotti del mondo dei cosiddetti romanzi grafici, che patiscono ancora in certi casi il pregiudizio della definizione di fumetto usata in senso dispregiativo: in verità, probabilmente proprio grazie al connubio con le immagini, l’immediatezza comunicativa rende non solo più fruibile l’opera, ma anche profondamente empatica. Un po’ come l’elegia al tempo degli antichi, che poteva essere politica, amorosa, funeraria o quant’altro, facendosi contenitore plasmato alle esigenze del momento e caratterizzato solo da una costanza metrica, il romanzo grafico riesce grazie a tratti figurativi evocativi e sceneggiature molto ben strutturate e caratterizzate a farsi veicolo di tematiche importantissime, senza retorica, in maniera forte, schietta, lapidaria. Quello che con ogni probabilità è solo l’incipit di una saga ne è la dimostrazione: Jeff Lemire, la cui scrittura commovente, stratificata e densa, semplice ma mai banale, credibilissima, ricorda Clifford, Haruf e William Kennedy, si fa cantore di un’America profonda e sconfitta, in crisi (la sua Royal City ricorda da vicinissimo, mutatis mutandis, la Detroit degli stabilimenti automobilistici in caduta libera), e spazia senza incoerenze dal macrocosmo della società al microcosmo di un particolare nucleo fondante, un tassello di questo variegato mosaico, una famiglia imprigionata nella sofferenza.



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