Sostiene Pereira

Sostiene Pereira
Pereira vive nella morte: pensa a Lei sotto il cielo bruciato di una Lisbona d'estate, quando parla con la fotografia scolorita della moglie, mentre scrive le ricorrenze per la pagina culturale del "Lisboa". È un uomo flaccido e sconfitto dal tempo, indifferente: al regime di Salazar, alle raccomandazioni del cardiologo, alle lotte dei movimenti contestatori. La morte, sempre Lei, lo guida verso l'incontro con Monteiro Rossi e con l'enigmatica Marta, due giovani rivoluzionari. Pereira commissiona a Monteiro necrologi di scrittori famosi, ma lui fa quel che vuole: ha pochi soldi e molto fascino, quello sfrontato e incosciente del figlio che Pereira non ha mai avuto. Poi scompare e torna e in Pereira, pur annaspante nelle nostalgia, si riaccende una scintilla...
Sostiene Pereira di Mariano Magliani e Marco D'Aponte adatta l'omonimo romanzo di Antonio Tabucchi, vincitore del Premio Campiello del 1994. Ne viene fuori un fumetto vibrante di passione per il materiale d'origine, intenso nelle intenzioni e fin troppo onesto. Il peso del Pereira originale, però, è ingombrante: il tocco sapiente di Magliani sceglie di farsi da parte per rispetto, ma in alcuni punti non aiuta il testo a vivere di nuovo grazie alle caratteristiche del nuovo media. Le elucubrazioni del protagonista, rigorosamente narrate, traboccano dai riquadri delle didascalie e la vicenda, tanto famosa quanto commovente, sembra a disagio tra le vignette come un adulto nel mezzo di una festa di adolescenti; e fa la stessa rabbia, dato che non si riesce a cogliere la ragione per cui non si slacci la camicia e inizi a divertirsi. È un peccato, perché di Pereira nella sceneggiatura di Magliani c'è tutto e forse troppo: la Lisbona sudata e il frinire lento dei pensieri, l'eco della Storia e il minaccioso avvicinarsi della sua ombra, i massimi sistemi e le irrinunciabili verbosità. L'interpretazione è forte nella sua fedeltà, che è un certo tipo di bellezza, ma non ne acquisisce come opera a sé. Dall'altra parte, gli sfaccettati dipinti di D'Aponte brillano davvero dove i contorni sfuggono e lasciano un piccolo spiraglio di non finitezza e libertà. Lì si insinua il vero outsider di questo nuovo Pereira: più conturbante delle frasi, dei gesti e delle espressioni, il colore fa la storia invece di raccontarla, donandole il corpo e il suono che alcune manciate di parole avrebbero potuto delegargli. Non un'occasione sprecata, forse un'impresa impossibile. Ma il coraggio, anche quello, è una forma di bellezza.

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