Sputa tre volte

Sputa tre volte

C’era una volta, una volta soltanto, un molo nell’Adriatico in cui Guido, Moreno detto Grisù e Katango andavano a passare un po’ di tempo in compagnia del vento e dei loro pensieri, da tenere nel fondo del petto come fumo di canna. La delusione per la bocciatura in quinta superiore all’Istituto Tecnico Industriale Nullo Baldini non sembra averli feriti più di tanto, tanto che decidono di andare a festeggiare allo Slego. Peccato che il circolo d’estate si trasformi nel Dancing Club “La Sirenetta”, una balera di liscio, polka e mazurka: età media cinquanta o sessant’anni. Guido e Grisù si conoscono fin da quando sono bambini. Insieme ad Annalita si divertivano a cercare tesori nascosti nel campo arato di suo zio, che chiamavano “Campo dei Miracoli”. In mezzo alle zolle nascondeva cocci speciali, sassi speciali, giocattoli mutilati. Un volta trovarono persino una pistola (forse era di Buffalo Bill o di Kit Carson). E un teschio. Di coniglio, disse piccato lo zio di Annalita e subito dopo proibì loro di andare di nuovo a giocare là in mezzo. Poi se ne andò senza salutare, non prima di aver ordinato a Grisù di tagliarsi i capelli, che così sembrava una femmina. Ogni tanto i loro giochi erano interrotti da una presenza fastidiosa, Loretta, quella “zingara di merda”. L’unico esemplare femminile della famiglia Stančič, piovuti dalla Slovenia venti o trent’anni prima su un carretto trainato da due cavalli per poi stanziarsi vicino al ponte vecchio, sul fiume Lamone. Nonostante questo non hanno mai rinunciato alle loro roulotte, le case per loro sono solo magazzini. In questo si distinguono dagli abitanti del paese, i gagi: i contadini. E fra i sinti e i gagi c’è uno specchio che deforma e allontana…

L’incipit è quello di una fiaba. C’è una grande pantera nera che porta sul dorso un bimbo, e gli narra di una mattina bianca di nebbia e di sonno. Bianca come un foglio bianco. È proprio da quel foglio bianco che prende vita tutta la storia, un romanzo a fumetti in cui il lettore si trova immerso in oltre cinquecento pagine di vita vissuta, frammentato fra il racconto dell’infanzia fino alla post-adolescenza di Guido e dei suoi amici Grisù e Katango e la narrazione parallela delle vicende degli Stančič, il clan sinti che abita vicino a loro. Degli zingari, conosciamo in particolare le vicende di Loretta (ma questo non è il suo vero nome, Lo-ret-ta sembra un martello che pesta sul ferro, il suo nome invece è il suono di un sospiro) che da tutti è considerata storta, pazza, tocca perché i suoi comportamenti somigliano più a quelli di un lupo, o di un animale selvatico, piuttosto che a quelli di una ragazza. Il lettore è attratto prima di tutto dallo stile grafico. Vorticoso, fatto di linee che si allungano in ogni direzione, in orizzontale, in verticale, a destra e a sinistra, fino a configurare dei ritratti che arrivano forti come un quadro espressionista. Quelle linee e i tratti di penna quasi ipnotici, neri come rondini in volo, riescono a rendere ogni cosa: la dinamicità dei movimenti così come il silenzio. Ma ciò che rimane più impresso è il finale della storia:il vento, quella tramontana che volge a destra ogni cosa, alberi, nuvole, capelli, panni stesi e voci. Come in un quadro di Van Gogh. Non c’è solo l’adolescenza nella provincia romagnola nel libro (i luoghi sono riconoscibili nelle cascine, nei gretti dei fiumi e persino nelle piante di gelso irte di rami secchi), la narrazione è in parte storica: gli Stančič sono espediente per imparare qualcosa del passato, le persecuzioni naziste contro il popolo zingaro, che insieme agli ebrei furono gli unici a essere perseguitati per meri motivi razziali, pur non avendo dopo la Guerra gli stessi diritti, tanto che un solo zingaro fu chiamato a testimoniare al processo di Norimberga. Un interessante excursus su quel “wandertrieb”, il gene del nomadismo che secondo i ricercatori nazisti faceva di loro degli ibridi pericolosi. Convivendo (talvolta suo malgrado) con gli Stančič, Guido comincia a capire meglio la loro storia, e con lui anche il lettore. La cultura sinti è portante nel testo e torna anche nella storia breve che chiude il libro, dedicata alla poetessa polacca di etnia rom Bronislawa Wais, detta Papusza perché bella come una bambola. Un libro denso, da scoprire, che mostra come nelle piccole storie ci sia più di quanto appare, in un range di emozioni che spazia dal leggero fino al drammatico, dalla caccia notturna alle lucciole alla “scimmia che si sciacqua le palle” fino alla consapevolezza che sono gli attimi e i dettagli quelli che fanno di te quel che sei perché “la felicità non va portata in giro come un vestito nuovo, e rende stupidi se non la tieni a bada prima che diventi noia”. Il libro è certo molto di più: ogni lettore nello spazio bianco di riflessione vede se stesso.



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