Tarzan - Gli anni di Joe Kubert volume 2

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Una colonna di uomini incatenati percorre la giungla a capo chino. Ogni tanto la frusta di un gigantesco nero col fez li colpisce senza pietà, sotto lo sguardo di approvazione di un occidentale grassone vestito da esploratore. Tra le fronde, Tarzan osserva la scena ribollendo di rabbia. D’un tratto, capisce che non ce la fa più a tollerare questa barbarie. Con un balzo si fa avanti e inizia a spezzare le catene degli schiavi, ma viene rapidamente sopraffatto dai negrieri. Riprende i sensi in una miniera: i suoi compagni di sventura gli spiegano che lo schiavista grassone tiene in ostaggio le loro famiglie per costringerli a lavorare fino alla morte, intrappolati lì nelle profondità della terra. Tarzan non riesce ad accettare passivamente questa atroce situazione (“Siamo uomini… non buoi!”) e convince i minatori a incrociare le braccia. Subito il crudele grassone invia sotto terra uno squadrone dei suoi guerrieri neri, che però cadono vittime di un’imboscata organizzata da Tarzan. E lo stesso succede a un secondo drappello di assassini inviato di rinforzo poco dopo. Con l’agilità che ha imparato dalle scimmie che l’hanno cresciuto, Tarzan riesce ad arrampicarsi fino alla superficie e costringe il custode della miniera a calare la piattaforma, in modo che gli operai possano uscire dal pozzo. Ma una volta fuori i poveretti trovano ad aspettarli guardie armate che li sopraffanno in pochi minuti. Riportati in miniera, Tarzan e i suoi compagni vengono condannati a una morte atroce: il loro sfruttatore fa minare le gallerie, vuole seppellirli come topi…

In questo secondo trade paperback dedicato da Magic Press (e prima ancora naturalmente dalla Dark Horse) alla gestione di Joe Kubert della versione a fumetti delle avventure del “nobile selvaggio” creato da Edgar Rice Burroughs sono raccolti i numeri dal 215 (dicembre 1972) al 224 (ottobre 1973) della testata Tarzan, pubblicata allora dalla DC (i diritti sono per qualche anno passati anche per la Marvel). Il punto di forza sono ovviamente gli strepitosi disegni di Kubert (in due storie alle matite c’è anche lo zampino di Hal Foster e Frank Thorne), una vera delizia da bottega di pittura rinascimentale: “Disegnare Tarzan mi fece concentrare sull’anatomia umana più di qualsiasi altro fumetto avessi mai realizzato in precedenza: frequentai corsi di disegno con modelli, accumulai pile e pile di documentazione, fotografie di animali (gorilla, scimpanzé, bertucce, serpenti, leoni, elefanti e mille altri abitanti della giungla)”, scrive nella sua introduzione Kubert, che invece è molto meno a suo agio con le sceneggiature, che si distaccano ben poco dallo standard del fumetto popolare dell’epoca, anche nel caso della riduzione a fumetti del romanzo Il ritorno di Tarzan, che occupa un buon terzo del volume. Villain macchiettistici, donne tutte immancabilmente scosciate e scollate, strutture delle storie assai lineari e non certo sorprendenti: fascino retrò a pacchi sì, ma nulla di più. Magnifici però i colori di Tatjana Wood, esaltati da un rispettoso restauro digitale.



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