Tokyo Zombie

Tokyo Zombie

Fujio e Mitsuo, in pausa nel cortile della fabbrica nella quale lavorano come operai, si allenano nel Jiujitsu. Il signor Fujimoto, antipatico dirigente, si avvicina a loro per insultarli, dando loro degli idioti e dei falliti: i due uomini vorrebbero ignorarlo, ma finiscono invece per ucciderlo con un colpo di bastone alla testa, reagendo alla sua aggressività. Quale miglior posto, per far sparire il corpo, del Fuji nero? Una montagna di spazzatura, situata nella prefettura di Edogawa, dove viene seppellita qualunque cosa, dai beni dismessi ai cadaveri. A volte qualcuno viene addirittura sepolto vivo, come capita ad una vecchia la cui nuora non è molto felice di averla tra i piedi. Passano solo due giorni dall’accaduto, e Tokyo viene invasa dagli zombie: basta un loro morso e l’epidemia si espande trasformando i malcapitati in morti viventi. Il panico si diffonde, la tv dispensa consigli (“Cittadini, non uscite di casa per nessun motivo!”) e istruzioni per neutralizzare il pericolo (“Sappiamo che l’unico modo per uccidere uno zombie è tagliarne la testa, proprio come nei film”). Riguardo la causa scatenante dell’epidemia non c’è alcun dubbio: tutto è iniziato nel Fuji nero, dove la miscela dei rifiuti tossici sepolti ha invaso i cadaveri, risvegliandoli. Fujio e Mitsuo rubano un camion abbandonato nel tentativo di mettersi in salvo, ma dopo un’incursione all’Hell market per fare scorta di Heart Chiple e creme caramel, Mitsuo viene morso; a questo punto, non vuole più stare con Fujio: è questione di poco e diventerà anche lui uno zombie, finendo per uccidere il suo amico. Prima di aprire la portiera del camion e lanciarsi nel vuoto in prossimità di un burrone, Mitsuo consiglia a Fujio di prendere una nave per la Russia e di andarsi ad allenare lì: i russi sono molto forti, e l’arte del Jiujitsu è fondamentale per sopravvivere al nemico...

Sugli zombie ormai, sappiamo tutto o quasi: il mercato degli ultimi decenni è stato talmente inflazionato da questa figura horror, sia in chiave narrativa che cinematografica, che in caso di reale apocalisse zombie nessuno di noi potrebbe davvero farsi fregare! Tokyo Zombie tuttavia non è l’ennesima storia di morsi e contagio: il manga di Yusaku Hanakuma – fumettista, illustratore e regista giapponese pluripremiato – è piuttosto l’opera che, tra il 1998 e il ’99, ai tempi in cui fu serializzato nella rivista “Ax”, ha anticipato il famoso trend “zombiesco” dell’ultimo millennio, ispirando in seguito opere come The walking dead e compagnia bella (!). Sappiamo che alla base di tutta la narrativa zombie – nata nel ’78 con il classico cinematografico di George A. Romero La notte dei morti viventi – c’è la critica alla disumanizzazione della società consumistica, che nel caso di Hanakuma parte dalla ridicolizzazione del Monte Fuji, uno dei simboli più famosi del Giappone, ridotto nel fumetto ad un cumulo di spazzatura nel quale, con la stessa velocità e faciloneria, vengono abbandonati e distrutti beni materiali e vite umane. Elettrodomestici o persone, in sostanza non c’è molta differenza, e lo zombie è la trasfigurazione di qualcuno che non è mai stato umano neanche quando era in vita (basti pensare alla reazione dei due protagonisti di fronte a Fujimoto, o alla testa della vecchia che rotola giù dal pendio del monte dopo essere stata staccata con un calcio dalla nuora avvelenata). Stilisticamente, questa affinità tra vivi e morti si riscontra anche nelle fattezze dei personaggi: occhi cavi e denti digrignanti in bella mostra appartengono sia agli zombie che agli umani, i primi impegnati a sventrare corpi (le scene splatter ovviamente abbondano, in un tripudio di viscere e sangue), i secondi a nutrirsi di pura violenza: dopo l’epidemia, a Tokyo si instaura infatti una società di stampo feudale nella quale i ricchi comandano e i poveri sono ridotti in schiavitù, costretti non solo a lavorare come i muli, ma anche a partecipare a dei veri e propri combattimenti con gli zombie – a mo’ di gladiatori nell’arena – per il sollazzo degli annoiati padroni, orfani della tv. Lo stile di disegno in bianco e nero adottato da Hanakuma, stile del quale l’autore è considerato pioniere, è definito in giapponese Heta-uma (cattivo-buono), ed è caratterizzato da disegni appena abbozzati, crudi, grezzi, in una sorta di ritorno alle origini, molto lontani da quelli più raffinati dei manga dell’epoca. Dopotutto, se il disegno fosse troppo bello e ricercato da distrarre i lettori, come farebbe poi la critica a colpire dritta nel segno?



0

Pubblicità

 

Pubblicità

 

 

 
 
 
 

Potrebbero piacerti anche

Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER