Un polpo alla gola

Un polpo alla gola

Zero, Secco, Sarah. Trio di amici come tanti: compagni di avventure alle elementari, triangolo turbolento al liceo, affettuosi conoscenti nel post “adolescenza lunga”. Li accomuna un segreto: un teschio ritrovato nel giardino del comprensorio scolastico, su cui hanno costruito, per anni, fantasiosi castelli e rocambolesche ipotesi. Un omicidio? Chi sarà il colpevole? Forse Corrado, il bambino violento e incompreso? Steph e Alexandra, rispettivamente figlio del preside e fidanzata, che pomiciano come le “lumache in calore” a ogni ricreazione? Oppure Pino, il giardiniere dinoccolato e silenzioso, così maledettamente a proprio agio con oscurità e grugniti? E perché non un leggendario lupo famelico? Di ritorno dalla scorribanda nel bosco i tre marmocchi vengono beccati e scatta la punizione. Per scamparla Zero addossa la colpa alla povera Sarah (perché statisticamente le femmine la passano liscia, mica per altro) entrando di diritto nelle schiere dei Piùcattividituttiitempi, presiedute nientepopodimenoche da Darth Vader (Fener per i campanilisti). Insieme a tessere varie e buoni pasto, l’associazione rilascia una quantità crescente di rimorso, un polpo annodato alla gola e dissetato dal tuo sudore. Neanche gli anni, le cose che cambiano, i funerali, gli autunni e i vorticosi giri del pianeta Terra riescono a cacciarlo via. L’unica soluzione potrebbe essere confessare...

Esploso (metaforicamente, of course) grazie al blog omonimo e “reduce” dal successo del primo libro La profezia dell’armadillo – autoprodotto con l’aiuto di Makkox e successivamente edito in una versione “colore 8-bit” dai tipi di Bao Publishing, Zerocalcare ci riprova con Un polpo alla gola: tutta un’altra storia. Innanzitutto la componente di finzione aumenta palesemente, lasciando, come da dichiarazioni, all’autobiografia solo il ruolo di musa ispiratrice; lo stile narrativo acquista lo spessore della graphic novel, con ritmo e qualità da tenere costanti senza forzature. In questo Zerocalcare riesce abbastanza bene, pur sacrificando parzialmente (ma pare giusto così) la verve dissacratoria che invece invade l’opera prima. Era, in fondo, implicitamente richiesto: una prova del nove, per così dire, perché i dialoghi non sono racconti e i racconti non sono romanzi. E ancora si trasformano, se aggiungiamo “a fumetti”. Esperimento riuscito: la lettura scorre veloce e piacevole, forse un po’ “distante” anche se si ha la fortuna di condividere con i protagonisti un certo background culturale. “Nessuno guarisce dalla propria infanzia” è lo strillo in quarta di copertina e il cardine attorno a cui ruotano il detto e il non detto di Calcare, la roba che, con voce impostata, potremmo chiamare “poetica”, lo spioncino attraverso cui un autore guarda le cose e che periodicamente tenta di subaffittare al lettore. La corsa del tempo, ineluttabile meccanismo e sciocca convenzione, è la stella polare di uno sguardo sempre rivolto al passato “generazionalmente” impossibilitato a mutare prospettiva. Mai come nel Polpo Zero e Secco sono fuori luogo e tempo, capricciosi post-adolescenti spaventati dal cambio della voce e avvinghiati alla gonna della propria infanzia. Invece i minuti corrono, la gente cresce e te lo sbatte ripetutamente in faccia, finché non ti ritrovi a sedare – e non produrre – lagne di ogni tipo. Il tradimento di Peter Pan, comunque, sulla carta è ancora lontano. Il bianco e nero (+ grigio) calza sulle atmosfere velatamente dark e sottolinea le capacità, risapute, di una mano confusionaria e vivida, impegnata in vignette e tavole tirate via solo per finta. Siamo, per alcuni aspetti, un gradino sopra La profezia dell’armadillo, ma essenzialmente il balzo è di fianco, nell’inesplorato mondo di un fumettista occupato a prendere velocemente le misure dei propri “disegnetti”. Opera di transizione, forse preludio di un nuovo percorso dove gli elementi egomaniaci (passatemi il termine) e finzionali si mescoleranno in modi più convincenti, magari riservando ai secondi ribalta e copertina e ai primi i lavori dietro le quinte, il tentativo di restituire attraverso altre storie e altre facce quell’autenticità ormai implicita nell’efficace autorappresentazione. Rimangono saldi i meriti già rilevati: l’aver avvicinato alla nona arte gente per cui “i fumetti vade retro” e iniziato a colmare una voragine narrativa invece ricchissima di temi e riferimenti a cui pochi hanno saputo regalare voce forte e originale. Un sentiero in salita, e pure accidentato, su cui si deve procedere. Spediti.



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