I migliori libri italiani del 2011? Eccoli

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La redazione di Mangialibri è grande e dal multiforme ingegno. Impresa non da poco cercare la giusta quadra per stilare questo nostro breve compendio sulle uscite editoriali del 2011. Eppure le difficoltà maggiori non le abbiamo rintracciate nel capire quali libri ci sono piaciuti o meno – su questo fronte le nostre idee sono sempre molto chiare – quanto in cosa avremmo dovuto e potuto leggere. Quale grande romanzo ci siamo lasciati alle spalle? Quanto tempo invece è stato dedicato a pubblicazioni discutibili?

La frana sulla quale sta scivolando senza freno e termine il mondo dell’editoria, anziché aiutarci a trovare le risposte più ficcanti, sembra ben intenzionata a trascinarsi appresso noi lettori tutti. L’unica costante alla quale ci aggrappiamo con forza è che i libri non molleranno mai la presa, sempre verranno pubblicati, in ogni formato e lingua, a tutti i costi e ad ogni costo. Anche quest’anno abbiamo teso la mano. Vi presentiamo quindi i libri e gli autori che hanno scelto di stringerla.  

 

Federica De Paolis racconta in Ti ascolto (Bompiani) una storia intima e morbosa, il cui protagonista, perduta la vista, inizia a origliare i drammi degli inquilini del palazzo in cui vive tramite la cornetta del telefono, causa una irreparabile interferenza della linea. I racconti di Luigi Bernardi in Niente da capire (Perdisa Pop) sono veri fatti di cronaca nera, alcuni molto noti, trascritti da una penna esperta alla traversie dei generi letterari. Storie in cui i nomi dei colpevoli vengono subito messi alla berlina, mentre quelli delle vittime si stanno già disperdendo nei nostri ricordi da rotocalco. Giorgio Nisini licenzia un bel romanzo contemporaneo, La città di Adamo (Fazi), sulle strette collaborazioni – più o meno imposte – tra l’imprenditoria e le cosche criminali e le conseguenze che queste possono generare nei rapporti famigliari e nelle nostre coscienze.

 

Dall’altra parte della barricata, è Mario Desiati a raccontarci la vita dell’operaio in Ternitti (Mondadori), sullo sfondo della tragedia dell’eternit e delle lotte quotidiane per non perdere il lavoro. Sono invece i lidi della coscienza storica e personale a muovere Helena Janeczek in Lezioni di tenebra (Guanda), una densa biografia del rapporto instaurato con la madre, sopravvissuta al campo di Auschwitz. Il libro cerca risposte nella profondità del dolore che il genocidio impianta nei reduci, in aperta contrapposizione con il carattere fortemente determinato ad uscirne della madre dell’autrice. Prosegue con l’analisi dei nodi famigliari La mia stirpe (Garzanti) di Ferdinando Camon. Giunto assieme ai fratelli al capezzale del padre colpito da ictus, Ferdinando cercherà di dispiegare il lungo racconto della vita paterna grazie alla sua capacità narrativa. Interpretando ogni sparuta parola che l’uomo malato riporta su una lavagnetta, non essendo più in grado di parlare, l’autore in qualche modo si troverà a scrivere anche la sua, di storia. Sono molte, invece, e ognuna legata all’altra, le storie raccontante da Ivan Polidoro nel suo Le coincidenze (66thand2nd). In questo esordio, i personaggi incrociano inconsci le proprie esistenze, tutte legate da una stretta morale, quella dello sport, e dai luoghi in cui si avviluppano, le grandi e marginali periferie.

 

Al contrario Carlo Repetti preferisce avanzare lungo una linea priva di storture in Storia di una vita normale (Einaudi). L’anziano padre, percependo l’avvicinarsi della propria morte, decide di raccontare al figlio la sua lunga e contorta vita, passata tra la perdita di un fratello e il Sud America, per ritornare infine a casa, tra i vicoli di Genova. Interessante debutto è invece quello di Raffaele G. Zagaria, Le storie di Alioscia K. (Giulio Perrone). I racconti di Zagaria sono immagini, brevi episodi grotteschi di vita quotidiana: ci sono lettere erudite, i ricordi dei primi prudori e il valore della lettura, tutti temi farciti da un velo di comicità sullo sfondo della Milano di oggi. Su tutt’altro fronte, quello del noir seriale, scorribanda un veterano del genere, Ugo Barbàra con Le mani sugli occhi (Piemme). Seguito del fortunato Il corruttore, il romanzo naviga spedito sui lidi della corruzione e della sete di denaro, i rendiconti della criminalità organizzata e il caos di cui si armano i poteri forti. Un thriller di classe, attuale e mai scontato. Promessa mantenuta, e un gradito ritorno, è quella di Maurizio Cometto. Cambio di stagione (Il Foglio) si apre alla fantascienza velata di realismo, a descrivere una Torino infestata dai fantasmi, dalle malattie e da un più temibile ectoplasma, lo spettro della guerra civile.

 

Viceversa, il successo ha colto di sorpresa Alessio Torino e Tetano (Minimum Fax). Storia di tre ragazzi e del tentativo di costruire la Gran Troia, zattera caracollante che permetterà di attraversare il fiume Candigliano. Un libro nostalgico, corale e formativo, una conferma per il giovane scrittore marchigiano. Grandi soddisfazioni vanno anche a Elvio Calderoni e il suo Lasciamisenzafiato (Miraggi), un coraggioso intrico di rapporti umani e sentimentali, tutti orbitanti attorno alle turbolenze di un imminente matrimonio. Un vero vincitore, del Premio Campiello, è Andrea Molesini. Non tutti i bastardi sono di Vienna (Sellerio) è stato tra i libri più discussi di quest’anno, riporta a galla un episodio dimenticato, la resistenza italiana durante la prima guerra mondiale, arricchendolo con una trama che è l’epopea di una famiglia costretta ad una stretta convivenza con il nemico d’oltralpe. Piene conferme arrivano invece da Maurizio de Giovanni, che prosegue la saga dedicata al commissario Ricciardi con Per mano mia (Einaudi). In questo quinto episodio lo schivo investigatore si muove in una Napoli fervente per i preparativi del Natale del 1931, sotto stretta sorveglianza si aggira tra il porto e i caporioni del Partito.

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