Indifferente e sudata, la notte dello Strega 2019

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Bastano pochi minuti alla serata finale del Premio Strega 2019 per capire che la scelta è tra due possibili strategie, tertium non datur. O ti unisci al moto browniano delle centinaia di persone che affollano il cortile di Villa Giulia – e non il ninfeo, da quasi tutti indicato quale sede dell’evento – e come piranha in una vasca troppo stretta solcano incessantemente la folla fingendo di avere una meta ma in realtà volendo solo farsi vedere, intercettando sorrisi e cenni, scambiando saluti frettolosi per poi riprendere la simulata, incessante recherche di cui sopra (altro che Proust!) con quell’atteggiamento “Dopo ci salutiamo meglio” (con allegato anche, spesso, il movimento circolare del ditino) che a quanto pare è quello che il galateo richiede in occasioni simili. E appena arrivi a una delle pareti del cortile rimbalzi e ti rituffi nella vasca. O ripieghi sui cortili laterali (splendidi, peraltro), dove sono stati simmetricamente allestiti due banconi dove giovani barman preparano senza soluzione di continuità quattro diversi cocktail a base di liquore Strega.




E come si vede si parla di strategie sociali, mondane o peggio alimentari. Sì, perché al Premio Strega di libri ormai non parla più nessuno, per carità. Chi c’è e chi non c’è. Hai visto Scurati come fuma nervoso. Mi sa che quella ha esagerato col botox. Madonna ‘sto Strega troppo dolce. Cazzo c’entra Mastella. Sì, e allora Lotito? Oddio le anziane in vestito da sera manco fossimo all’Opera. Tu di che ti occupi. Nel frattempo si suda, fanno quaranta gradi, c’è un’umidità tipo Saigon e goccioline di sudore alcolico disfanno maquillage e inzuppano giacche. A un volume bassissimo, la litania incessante della voce di Helena Janeczek che conduce lo spoglio delle schede votate con aria annoiata (e ti credo) è l’unica traccia residua dello scopo della serata. Non aiuta nemmeno il fatto che la diretta televisiva sia una presenza quasi impalpabile, misteriosa: non si sente nulla di ciò che dice il conduttore e l’unico segno che qualcosa sta avvenendo è dato dai bruschi richiami dei tecnici, che ogni tanto solcano la folla spintonando chiunque capiti loro a tiro. A intervalli regolari, una gentile signorina in nero – che in un’occasione stava per impattare con la fronte sulla lavagna, con apocalittiche conseguenze che però forse avrebbero scosso la platea dalla clamorosa indifferenza con cui ha seguito le operazioni di scrutinio, dando quasi sempre le spalle al palco – aggiorna i voti. Per un po’ Benedetta Cibrario e Antonio Scurati si contendono il primo posto sul filo di pochissimi voti, poi Scurati prende il largo e vince.

I fotografi lo incitano con gutturali richiami in romanesco a bere a garganella dalla sua bottiglia di liquore e lui si concede con un entusiasmo forse frettoloso, perché pare accusare il colpo e vacillare. Una matrona che ricorda l’Isida del film Brutti sporchi e cattivi mormora preoccupata alla mia sinistra: “Oddio e mò se casca?”. Ma Scurati non casca, si limita a sedersi. Signori, si chiude. Fuori, la Roma paralizzata dal concerto di Ultimo ci attende. Sciabolate di fari illuminano i cumuli d’immondizia che cuociono placidi al caldo torrido. Inquadrature di taglio, macchie di colore nel buio. Niente taxi, niente autobus. File infinite di automobili. Mandrie di adolescenti in calzoncini jeans e maglietta attraversano a piedi quartieri interi. Forse anche questa è letteratura, forse solo questa.



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