Intervista a Élmer Mendoza

Élmer Mendoza
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Torino, Genova, Milano, Bologna e Roma. Sono queste le tappe del tour italiano di Élmer Mendoza, uno degli intellettuali più attivi in Messico. L’appuntamento è a Roma ma è lui a fare gli onori di casa perché il luogo in cui ci sediamo per una piacevole chiacchierata è un immenso salone in stile settecentesco dell’Ambasciata del Messico. Finite le interviste e la conferenza siamo tutti invitati ad un aperitivo gentilmente offerto dall’ambasciatore e il tutto si conclude tra strette di mano, sorrisi, salatini e un ottimo bicchiere di Porto. Che bell’ambiente amichevole, peccato che fuori ci aspetti la pioggia.

Proiettili d’argento tratta temi caldi, come il rapporto tra narcotraffico e potere politico o la corruzione della polizia. Hai ricevuto delle critiche per questo romanzo nel tuo paese?
Sì, ho ricevuto delle critiche. Proiettili d’argento è una storia inventata ma vuole essere una testimonianza di ciò che succede in Messico. I lettori fanno un confronto tra il mio romanzo e la realtà che vivono e tendono ad unire le due dimensioni. Io parlo di violenza e il mio paese ne è piena. Ogni giorno avvengono circa venticinque omicidi per fatti che ruotano intorno alla droga. Devo dire, però, che non ho avuto alcun tipo di problema né con il governo né tantomeno con i narcotrafficanti.


Invece in Italia scrittori come Roberto Saviano subiscono delle critiche perché con il loro lavoro “fanno pubblicità alla criminalità organizzata”. Credi che libri di questo genere, conditi da una forte denuncia sociale possano in qualche modo essere scomodi per certi ambienti e per certe gerarchie?
Io non ho mai ricevuto critiche di questo genere e non ho mai subito alcuna forma di censura. Chi ha avuto qualche problema sono stati i giornalisti, soprattutto nel momento in cui hanno aperto una finestra sul mondo del narcotraffico. Ora siamo in molti a scrivere romanzi che in qualche modo denunciano i mali della società, si è creato un vero e proprio movimento culturale e se la classe politica intervenisse cercando di fare ostracismo, si darebbe la zappa sui piedi.


Ci sono altri scrittori messicani che hanno trattato temi analoghi a quelli trattati da te?
Sì. Ci sono molti giovani che s’interessano a questi temi. Alcuni sono allievi del mio corso di scrittura. Molti, invece, appartengono alla mia generazione. Anche uno scrittore del calibro di Carlos Fuentes ha deciso di gettarsi nella mischia e scrivere di corruzione e narcotraffico.


All’inizio del romanzo scrivi che «la modernità di una città si misura dalla quantità di armi che rimbombano per le sue strade». Cosa intendi con queste parole?
Prima di tutto con questa frase voglio che il lettore sappia che si troverà davanti ad argomenti forti, scabrosi. Inoltre quella frase vuole essere un monito, una chiave di lettura sociologica di una società che si fa strada a colpi di mitra e revolver.


Nel romanzo usi il linguaggio dei bassifondi. In che modo ti sei documentato su questo tipo di linguaggio?
Vengo dalla strada. Sono cresciuto lì. È una realtà che conosco di persona.


Quali sono le reazioni che ti aspetti da chi leggerà questo Proiettili d’argento?
Voglio che i lettori tocchino con mano la realtà che descrivo. Voglio che si rendano conto di trovarsi davanti ad un nuovo modo di intendere la letteratura e ad un lavoro sorprendente . Voglio che, oltrepassata pagina 40, il mio mondo diventi anche il loro.

I libri di Élmer Mendoza

 

 

 

 
 
 
 
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