Intervista ad Adil Bellafqih

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Il suo romanzo ha ricevuto una menzione speciale della giuria alla XXXI edizione del Premio Calvino. Le emozioni provate in quel preciso istante in cui il suo libro è stato elogiato da alcuni tra i più grandi scrittori contemporanei, Adil Bellafqih non le dimenticherà mai. Giovane scrittore, classe 1991, positivo e propositivo, Adil accoglie la mia telefonata con simpatia e disponibilità.




Il tuo Nel grande vuoto è stato definito distopico, una storia di fantascienza eppure tremendamente reale. Tu come lo definiresti?
Non credo di essere la persona più indicata per parlarne, ma se dovessi dare una definizione, direi che è un libro di fantascienza, perché ritengo sia il genere più ampio, quello che, nel caso specifico, comprende tutti gli altri, dal cyberpunk alla distopia. Il mio romanzo in realtà è una commissione di generi, visto che si tinge anche di nero. A proposito di noir, devo ammettere che questa opera è nata fondamentalmente per una mia ignoranza: l’idea iniziale era quella di scrivere un thriller o comunque un noir, la cui sfortunata vittima doveva essere un ragazzo morto ammazzato, a cui venivano cavati gli occhi. All’epoca non sapevo nulla di procedure investigative e giudiziarie, ero totalmente in alto mare, tanto da rivolgermi a un amico che studiava giurisprudenza, senza però vedere soluzioni ai miei dubbi e alle mie perplessità. Così ho optato per l’ambientazione in un futuro prossimo, in maniera tale da poter liberamente inventare metodi di indagine. Partendo da questa idea, il romanzo si è poi sviluppato autonomamente, si sono aggiunte varie altre cose e ha così conosciuto gli albori. Oggi posso dire di essere maggiormente documentato in fatto di investigazioni e di leggi.

Ti piace ancora il tuo romanzo così com’è o con il senno del poi cambieresti qualcosa?
No, non cambierei nulla. Nonostante io sia un critico molto severo con me stesso, posso dire che il mio libro mi piace abbastanza. Ho pensato di aver commesso un errore a inviarlo al Premio Calvino: in quel momento la mia idea era piuttosto negativa, pensavo che avrei dovuto prima modificare qualcosa, qualche parola o qualche passaggio, ma poi mi sono ricreduto. Amo quei libri in cui le storie si sviluppano naturalmente, mi piacciono quelle narrazioni che sorprendono alla fine, perché mi fa pensare che tutto sta andando come deve e allora va bene così, non è necessario cambiare nulla.

Quanto c’è di autobiografico nel tuo libro?
Direi molto poco. Di solito tendo a evitare l’autobiografismo, prima di tutto perché la mia vita è abbastanza noiosa, non mi ritengo così interessante e l’ultima cosa che vorrei fare è proprio annoiare chi mi legge. La mia fidanzata, contrariamente al mio pensiero, dice che nelle cose che scrivo, anche in quelle più strane, anche in quelle più horror, legge delle cose di me, della mia vita. Può essere che io trasmetta qualcosa di me, della mia esistenza a livello oggettivo, ma non è voluto, non è intenzionale, si può dire che non me ne accorgo nemmeno. Evidentemente emergono le mie situazioni o i miei pensieri, ma va bene così, se ci sono li lascio lì.

Con/In Nel grande vuoto parli del futuro, dando una visione del domani molto forte. Come vedi la nostra società nel futuro reale?
Non mi piace fare “futurologia”, è un rischio che generalmente non corro. Io guardo la giornata e il momento: ci sono volte in cui mi prende lo sconforto tanto da pensare che possa essere tutto finito. Mi rendo però conto che sono solo momenti miei, di pensieri personali negativi sul mondo e sulla società. Nonostante il tono del romanzo sia abbastanza cupo, penso che una via d’uscita ci sia. In realtà mi ritengo abbastanza positivo sull’evoluzione sociale, come mi ritengo molto positivo anche sull’uso e sullo sviluppo delle tecnologie, sul progresso della ricerca e anche sui vari movimenti che nascono in questo periodo. Non parlo di aspettative, beninteso: mi vengono in mente a tal proposito le parole di mio nonno circa la speranza, e circa quelle persone che vivono sperando e che non conoscono una buona fine. Quando chi legge il mio romanzo mi chiede se davvero io pensi che tutto si distruggerà, social compresi, rispondo di no, assolutamente no! Ho semplicemente cercato di evidenziare i lati negativi di questo mondo, laddove non può essere tutto positivo, tutto sfavillante o tutto meraviglioso, come non è tutto nero e tutto orribile. Penso che attualmente ci siano delle criticità da non sottovalutare, ma penso anche ce la faremo in qualche modo. Del resto, ce l’abbiamo fatta per una quantità innumerevole di anni. A volte mi sembra addirittura incredibile che la specie umana sia stata in grado di arrivare sino al 2019! Siamo stati capaci di sopravvivere al ‘900, un secolo terribile, con le guerre che si sono succedute e il rischio di un conflitto atomico. A me viene da pensare che siamo addirittura messi meglio rispetto a prima. Non credo vada poi così male.

Quando e perché hai deciso di iniziare a scrivere?
L’idea mi è venuta quando mi ha lasciato una ragazza. Era un momento decisamente tragico: mi trovavo al primo o al massimo al secondo anno di università e stavo studiando filosofia, che già di per sé non mi faceva ben sperare a livello di prospettive lavorative per il futuro. Questa mancanza di fiducia nei confronti della facoltà scelta e la sofferenza dell’abbandono, mi hanno spinto a reagire e ad agire. Ho pensato di fare qualcosa per la mia vita e della mia vita: ho voluto essere creativo e non distruttivo in un momento triste. Prima di allora non avevo mai pensato di scrivere: la scrittura mi è sempre piaciuta in realtà. I ricordi più belli degli studi scolastici sono legati ai momenti in cui si doveva affrontare lo svolgimento del tema. Mi divertiva scrivere, ma da lì a redigere un libro, ce ne passa. Ecco, non appartengo a quella categoria di autori che sin da piccoli pensavano di diventare scrittori. Sono stato un bambino come tanti, un bimbo qualunque con i suoi giochi e i suoi normali desideri.

Cosa ti dona la scrittura?
Scrivere dà quella meravigliosa sensazione di non essere se stessi. A volte si ha bisogno di evadere, di staccare dalla realtà e dalla propria vita, di non essere nel proprio io e la scrittura ha il potere di estraniare dal mondo reale e dalle situazioni dell’esistenza.

Hai ricevuto la menzione speciale al Premio Calvino. Cosa hai provato? Te lo aspettavi?
In realtà è una sensazione un po’ falsata. Io avevo già partecipato al Premio Calvino con un altro mio libro, in qualche modo conoscevo già la procedura. Pensavo mi chiamassero subito e che sarebbe finita lì, invece siamo arrivati alla fine in due e quasi morivo dentro per la tensione e l’adrenalina. Stringevo fortissimo la mano alla mia ragazza quando finalmente mi hanno chiamato. Posso solo dire che è stato meraviglioso. Uno dei membri della giuria era Teresa Ciabatti, che non scrive noir, ma ha apprezzato moltissimo il mio romanzo e ne ha parlato davvero molto bene. Mi hanno colpito le sue parole. È stata una bellissima esperienza.

Qualcosa in cantiere?
Sì, ma non posso raccontare nulla. Posso solo dire che sarà totalmente diverso da Nel grande vuoto e che sarà ambientato in provincia e nei tempi nostri. Spero sia un bel pugno nello stomaco.

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