Intervista ad Andrea Marcolongo

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Incontro Andrea Marcolongo in un pomeriggio piovoso romano, prima della presentazione del suo ultimo libro: seppure molto giovane, è preparata e brillante. Questa sua freschezza contrasta quasi con l’argomento dei suoi libri, una lingua antica, personaggi antichi, polverose ricostruzioni di gesta eroiche, della storia di una lingua e della storia delle parole. Eppure proprio da questo contrasto nasce qualcosa di meraviglioso, una continua ricerca di sé attraverso la stratificazione della lingua.




In un contesto così tecnologico, così proiettato verso il futuro, ci è sembrato molto audace presentare un libro su una lingua morta. Ma la sorte, è proprio il caso di dirlo, aiuta gli audaci. Come spieghi questo incredibile successo del greco antico: l’esperimento fatto con La lingua geniale permette di avvicinarvisi senza la pesantezza dei tecnicismi e di apprezzare la bellezza di una lingua ormai soltanto studiata in una scuola. Da dove nasce questa passione?
Non possiamo negare che il greco sia una lingua morta, perché - da un punto di vista linguistico - una lingua muore quando l’ultimo parlante di quella lingua muore. Stasera non avremo fra noi nessun greco antico che potrà parlare con noi. Perciò il greco antico è proprio morto! Però siamo vivi noi che la studiamo: sono arrivata stasera con il tram e con me c’erano due ragazze di un qualche liceo classico che parlavano fra di loro della verifica che affronteranno domani. E poi la leggiamo. Insomma, fa parte di noi, finché continuiamo a pensarla; per questo quell’orizzonte culturale, quella cultura, non morirà mai. Ovviamente non pensiamo in greco antico, ma quella cultura continuerà a vivere in noi. Ci accompagna, secondo me perché è necessaria ed è necessario: riflettevo, a distanza di qualche anno dal mio primo libro, che quella greca classica è davvero l’unica utopia che ci è stata data, dal momento che dopo 2.500 anni ancora abbiamo bisogno di quella cultura, e dunque di quella lingua che di quella cultura è parte fondante, per continuare a spiegare il presente e figurarci il futuro. La fortuna ed il successo del mio libro sono legate innanzitutto al fatto che in Italia abbiamo il liceo classico e quindi ho permesso ad una parte dei miei lettori di fare pace con quella lingua che li ha fatto tanto faticare negli anni di scuola. Dall’altra parte, ripeto, fa parte di noi: ognuno di noi, o per rifiuto, o per assenza, sa di cosa stiamo parlando quando si discute di greco antico, perché lo si è studiato o si è scelto di non studiarlo. Però il libro ha avuto notevole successo anche in quei paesi dove il greco antico non si studia, penso al Sudamerica, ad esempio. C’è del resto un po’ da ridefinire quel patto che chiamiamo lettura: io non ho scritto il libro per dare lezioni di greco, per insegnare a qualcuno il greco antico o per dire che senza greco antico il mondo sarà perduto. Ho scelto il greco antico come soggetto del mio primo libro per raccontare una storia da un punto di vista autoriale, il mio, quindi come non è necessario essere esperti di Sudamerica o conoscere ed aver visitato Macondo – che peraltro non esiste - per poter apprezzare Gabriel García Márquez, non lo è conoscere il greco per poter leggere il mio libro o comunque un libro del genere. C’è sempre questa domanda legata alla utilità, alla necessità, ma la letteratura alla fine non serve a niente se non ad interessare. Lo dimostra il fatto che è stato letto da tanti, anche quelli che non hanno fatto studi classici. Non a caso nella mia famiglia nessuno ha studiato greco, quindi il mio percorso è molto semplice, la mia storia è quella della ragazzina che cresce e che si ritrova col dizionario di greco dopo la scuola media perché gli insegnanti avevano consigliato ai miei genitori il liceo classico. Senza avere antenati che da generazioni si sono tramandati studi e dizionari, senza avere idea di cosa mi aspettasse. E da lì è stata una scoperta continua, è stato per me il modo di ampliare un modo che all’inizio era molto piccolo. Ho dei ricordi molto teneri dell’inizio, della mia prima frase tradotta, ovviamente in modo sbagliato (“l’ape regina della laboriosità”). Ma non mi chiedevo, non ci chiedevamo, a cosa dovesse servire quella traduzione, quei pomeriggi trascorsi a tradurre: studiavamo passaggi legati a vicende e storie a noi ignote, senza chiederci nulla sulla sua utilità. È stato un fortissimo allenamento di verticalità, di dignità di verticalità: si faceva tanta fatica, ma non ci è mai venuto in mente di contestare quella fatica o di rigettarla. L’abbiamo presa come naturale, era il normale ordine delle cose tradurre dal greco.

Sul secondo libro, che tratta delle Argonautiche di Apollonio Rodio, un classico spesso considerato minore perché appartenente al periodo tardo, quello ellenistico, e perché condensa l’epos. Perché La misura eroica?
Ho fortemente voluto quella parola, misura, nonostante mi consigliassero di cambiarla per ragioni di marketing editoriale ed oggi non mi verrebbe in mente nulla di diverso. Anche se in realtà non ha proprio a che fare con Apollonio Rodio o con le Argonautiche: ancora una volta è legata al nostro presente, in cui è davvero difficile accettare che nel naturale ordine delle cose ci sia un limite. Il limite però non è qualcosa di negativo, non è una costrizione e non è una prigione, ma nella maggior parte dei casi è salvezza. Penso alla libertà, perché essere liberi non significa avere la possibilità di fare in qualunque momento esattamente ciò che si vuole o si desidera fare, avere tutto e subito. Siamo così abituati ad essere convinti invece che la fatica sia aggirabile, che tutto ciò che è acquistato dia la sensazione di acquistare un diritto su quella cosa. Il concetto di misura è qualcosa di positivo perché definisce un confine, un limite da individuare perché spesso quel limite costituisce proprio la nostra essenza, fa parte di noi. Non deve per forza essere superato o spostato. Limite come compostezza, avere pensieri in ordine ed essere in ordine nel mondo.

Per l’ultimo libro parto da una citazione di Cesare Pavese, che non mi pare di aver letto nel tuo libro: “le parole sono sangue”. Nel senso di essenza, di linfa. Il tuo Alla fonte delle parole. 9 etimologie che parlano di noi è un libro di etimologie narrate, perché dietro ogni parola non c’è solo la radice della lingua, ma anche la sua storia. In maniera provocatoria mi sembra, come dal primo ex ergo, che tu ti sia ispirata più alle ‘paraetimologie’ di Isidoro di Siviglia che al desiderio scientifico di restituirci il significato di una parola. Possiamo definire il ‘limite’ anche scientifico di questo libro? Può essere il tuo libro un nuovo metodo scientifico di scrivere etimologie e fare linguistica?
Questo libro ha assolutamente una componente narrativa, perché questo libro raccoglie storie di etimologie: è sicuramente il frutto di un lavoro linguistico, ma non volevo scrivere un dizionario. Isidoro non è certamente il mio modello. Sono narrazioni di storie di parole, a volte stressate e ricavate: non volevo solo dire di quelle parole l’origine e l’uso consueto nei dizionari, le parole che ho descritto ed il modo in cui le ho descritte sono qualcosa di più, sono ciò che io ho sentito raccontare di quelle parole e di quelle etimologie, quello che io ho percepito di quelle storie e quello che ho voluto trasmettere di quelle parole.

Ma l’etimologia è un passato: tu usi il termine fonte. È una radiografia. Quale futuro c’è allora per le parole?
Proust diceva che le parole sanguinano. Parto dalla costatazione che oggi le parole sono rotte, le parole sono ferite: il modo che ho trovato io di prendermene cura, sperando insieme ai lettori, è stato quello di tornare alle loro radici. Succede così quando si ha un problema e non si va più d’accordo con qualcuno: qual è la radice dei nostri problemi? Proviamo allora ad andare a monte, risolviamo i problemi da lì. Per me ripercorrere a ritroso la storia di una parola non significa infatti voltare le spalle al futuro, anzi io credo che l’origine sia la nostra meta. Svilupparne i cambiamenti. Sono dell’idea che i cambiamenti siano inevitabili, soprattutto quando si parla di linguaggio; anzi, non ci sarebbe nulla di più controproducente che fissarne il significato. Fissare una parola sarebbe appunto come impedire al sangue di scorrere, non si possono fermare. Certo si può incanalare ed indirizzare il cambiamento, benché sia impossibile prevederne gli esiti, e non possiamo essere vittime del cambiamento. Oggi c’è l’abitudine di svendere ogni cambiamento come qualcosa di positivo, qualcosa di buono, ma è necessaria invece una visione, un’ideologia, un apparato filosofico che lo orienti. Diversamente sarebbe come un soffio di vento che gira le pagine.

Il libro allora ha avuto una funzione curativa o catartica?
In realtà le parole di questo libro sono state sempre fonte di stupore: il libro, come del resto La lingua geniale, a me che piace il greco, nasce in un certo senso come un afflato erotico. Infatti non ho scelto queste 99 parole per una qualche ragione specifica, semplicemente perché mi piacevano. È stato un percorso interiore ed individuale perché tutti possiamo dotarci di un dizionario etimologico, anzi probabilmente tutti ne abbiamo uno in libreria, ma quello che sentiamo da quelle parole è tutto assolutamente individuale.

Quali sono i progetti futuri legati magari ad un libro su un comodino?
Ho delle idee, ma nulla di preciso in questo momento, nulla di ben definito. Tutto poi ad un certo punto prenderà la forma di un percorso. L’idea di fondo è quella di continuare a scrivere e, dopo aver tanto viaggiato, magari ritornare ad insegnare al liceo! Potrebbe essere un libro su Omero: ecco, se penso a casa mi viene in mente Omero. Anche se ultimamente mi sto dedicando molto a Senofonte.

I LIBRI DI ANDREA MARCOLONGO



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