Intervista ad Andrej Nikolaidis

Articolo di: 

Andrej Nikolaidis, nato a Sarajevo nel 1974 e residente in Montenegro, è uno degli autori più interessanti e talentuosi della scena balcanica contemporanea e le sue opere non potevano sfuggire all’occhio attento e al fiuto sensibile di un editore come Besa, sempre tra i primi a tradurre fenomeni di quelle realtà letterarie. Lo incontriamo al Festival Passaggi di Fano, che in questo 2019 ha dedicato una sezione alla narrativa balcanica.




Molto è stato detto del legame culturale esistente lungo le coste dell’Adriatico. Passaggi 2019 ha fatto un’operazione interessante di promozione di questo ovvio legame tra i popoli delle due sponde. Pensi che questo legame esista ancora o sia ormai un ricordo del passato, da celebrare ma sepolto dalle molte divisioni e frammentazioni etniche?
Fondamentalmente, sono convinto che ci sia un terreno comune tra tutte le nazioni! Nello specifico, se guardi alla Storia, ad esempio quella della Jugoslavia, che è stata essenzialmente il frutto di una costruzione politica, ti rendi conto che per unire popoli diversi serve un’idea molto forte attorno alla quale raccoglierli e farli convivere superando differenze anche fondamentali tra loro. La Jugoslavia di Tito, pur essendo una dittatura, era, tra le altre cose, un progetto illuminato, un progetto rimasto incompiuto. Non lo definirei comunismo, era piuttosto un governo social democratico autocratico, ovviamente non una democrazia parlamentare, ma una forma di convivenza in cui gli ideali comuni fecero sì che le persone instaurassero una forma di convivenza che era sincera, non indotta dal potere della dittatura. Nessuno ha mai messo in dubbio la sincerità di questa convivenza. La Jugoslavia di Tito è emersa dalla Seconda Guerra mondiale, è stata il risultato di una lotta per la libertà. Dopo la guerra civile vinta da Tito e dai Partigiani, ovviamente c’è stata una parte soccombente, una parte ha vissuto portandosi dietro il risentimento della sconfitta, una parte di popolazione costretta ad emigrare, che ha covato idee di estrema destra che aspettavano solo di riprendere dove i propri padri avevano lasciato. Ma nonostante questo, i popoli che hanno convissuto nella ex Jugoslavia lo hanno fatto sulla base di sentimenti la cui sincerità è indubitabile.

Sei un attento e severo osservatore di quanto accade nell’Est Europa e i tuoi pezzi per il “Guardian” sono molto originali ma spesso fonte di polemiche. Quanto è alto il prezzo che paghi per le tue opinioni controcorrente?
Non so quanto ti siano familiari i pezzi che escono sull’“Herald Tribune”: proprio ieri sera ho avuto una polemica col suo fondatore, il quale sosteneva che nelle nostre nazioni devi scegliere tra il tuo diritto alla libera espressione e il tuo diritto a essere fuori di galera. Ecco, io non ho mai puntato a essere fuori di galera, mettiamola così!

Il tuo L’Arrivo è un libro pieno di personaggi estremamente interessanti. Pensi di avere più cose in comune con il Figlio (dell’investigatore) o con lo studente radicalizzato che incontra lungo il cammino della sua indagine?
In realtà non sono simile a nessuno dei due. Ho uno splendido rapporto con mio padre, per dirne una, ma ovviamente nel processo creativo è difficile tracciare linee perché anche se non ci sono pezzi della mia biografia, probabilmente ci sono pezzi di me. Ovviamente volevo che il lettore mi trovasse credibile e chiaramente per poter ottenere questa credibilità ho dovuto mettere nei personaggi qualcosa di me. Probabilmente tra dieci anni sarò un uomo amareggiato come il Figlio, ma fortunatamente per adesso non lo sono.

Ne L’Arrivo, che è il secondo volume di una trilogia, la religione ha un impatto fortissimo sulle vite di tutti i personaggi. Si possono cogliere continui riferimenti alla Bibbia sia espliciti che tra le righe…
Grazie per aver colto questa cosa così ovvia per me mentre scrivevo! Ti sorprenderebbe come ha sorpreso me sapere quanti critici letterari nella ex Jugoslavia e in Gran Bretagna non hanno colto o hanno volutamente ignorato i riferimenti al Nuovo Testamento di cui è pieno il libro. Penso che la mia trilogia non sarebbe la stesa senza i riferimenti costanti che ho fatto al Libro dell’Apocalisse. Per me è stato un testo fondamentale, che ho letto migliaia di volte, forse senza averlo completamente capito, ma mi ha affascinato. L’ho letto da ogni punto di vista possibile (antropologico, sociale, letterario), eccetto quello religioso. Non posso dire di essere religioso. Credo in pochissime cose: credo fermamente che i Beatles siano migliori dei Rolling Stones, di tutto il resto sono persuadibile, per il giusto prezzo! Non sono un uomo di fede, sono un uomo di dubbi. Credo nell’importanza del dubbio. Tornando alla Trilogia, il primo libro, Il Figlio, è scritto appunto dal punto di vista del figlio, mentre questo che è il secondo è scritto dal punto di vista del padre ma è presente anche il figlio, nel primo il personaggio assente è il padre, nel secondo l’assente è il figlio; il terzo libro tratta del Tempo. Ho lavorato su questa trilogia per dieci lunghi anni e spero che veda la luce per intero anche in Italia, perché pur essendo tre romanzi brevi a sé stanti, se prese come un corpo unico hanno un impatto completamente diverso.

Sei stato definito il Thomas Bernhard dei Balcani ma io trovo che ci sia qualcosa di Aleksej Karamazov nel tuo protagonista. Quali sono gli autori che ti hanno maggiormente ispirato durante gli anni della tua formazione?
La tua opinione sul mio personaggio è assolutamente corretta e mi fa anche piacere perché ho una relazione molto forte con Dostoevskij, perché mentre lo leggevo mi ha toccato un nervo, mi ha come reso nervoso (è difficile rendere un concetto così complesso in una lingua che non è la mia ma spero tu capisca che devo limitarmi a dirti quello che riesco ad esprimere, piuttosto che quello che ho in testa), in particolare, le sue Memorie dal sottosuolo mi hanno sconvolto e segnato al punto che dopo quindici pagine ho mollato il libro e ho cominciato a urlare. Quello che ho con Dostoevskij è un rapporto che si può riassumere come un forte amore-odio. Tra gli autori che mi hanno maggiormente formato, oltre a lui, ci sono c’è sicuramente Bernhard, ma, quello che mi ha maggiormente interessato in lui non è il suo nichilismo, ma il suo tentativo di trasporre l’arte di Bach in Letteratura; sono stato affascinato dal “suono” del romanzo. A proposito della mia formazione, ti devo confessare che avrei voluto essere un poeta, ma ero così disperatamente privo di talento, che ho cercato di imparare la forma della narrazione letteraria.

Di recente hai vissuto sulla tua pelle un lungo processo per diffamazione del quale in Italia non si sa quasi nulla, ma che ha avuto vasta eco in Europa, che ti ha visto soccombente in più gradi di giudizio, intentatoti da un mostro sacro dell’industria culturale internazionale: Emir Kusturica, che avevi accusato di speculare sulle tragedie del tuo popolo, oltre che di essere un complice di Slobodan Milošević. Dopo così tanti anni dall’inizio del tuo j’accuse, sei ancora della stessa opinione?
Rimango assolutamente della stessa opinione! Il suo comportamento è stato imperdonabile e niente mi convincerà del contrario. Non penso che il talento di un artista possa mai giustificare la sua mancanza di correttezza come essere umano. Non ho scritto su di lui nulla che non sia universalmente noto nella ex Jugoslavia, sono fatti acclarati. Può vendere il suo personaggio e contare storie a voi italiani, ma non a noi. Nella ex Jugoslavia conosciamo le sue posizioni su ogni singolo argomento. Ogni volta che ha preso le parti dei poteri forti nella nazione, ogni volta che ha mancato di prendere le parti delle minoranze è ben impressa nella nostra memoria e il fatto che abbia fior di avvocati a difendere la sua immagine nei tribunali internazionali, come ha fatto con me, non cambia davvero la realtà delle cose. Ho pagato un prezzo alto ma non mi importa [c’è stata una sottoscrizione promossa da autori di tutto il mondo per aiutarlo a raccogliere il denaro da rifondere a Kusturica N.d.R], ma soprattutto in termini di tempo ed energie che mi ha sottratto il dover provare l’ovvio al cospetto dei tribunali e degli avvocati per sette anni! Sono stanco di parlare di questa storia, ma il sunto di tutto è che lui è stato e rimane una figura chiave del nazionalismo serbo e io non apprezzo nessuno che perori una causa nazionalista, sia egli croato, serbo o montenegrino. Il nazionalismo montenegrino in particolare ha un che di cartone animato, di ridicolo, dato che si tratta di un Paese così piccolo. Tornando alla domanda, in quel momento le sue parole contavano, lui aveva un potere derivatogli dalla sua notorietà e ha scelto non solo di usarlo nel modo sbagliato, ma anche di fare soldi usando questo suo potere in un certo modo.

Di recente hai ricevuto il Premio dell’Unione Europea per la Letteratura. Quanta fiducia hai in un futuro comune per i popoli europei?
Guardandola da una prospettiva montenegrina, l’Europa e suoi valori hanno una valenza fondamentale, sono un punto di arrivo a cui il nostro piccolo Stato punta da quando ha conquistato l’indipendenza. Se l’Unione europea fallisce prima che noi riusciamo a farne parte, non so cosa ne sarà di noi. Abbiamo provato il Comunismo, siamo passati attraverso il Nazionalismo, il Fascismo, la guerra civile e quella etnica e ora che puntiamo all’Unione Europea questa è in crisi. Cosa ha in serbo a questo punto la Storia per noi? Temo che sia un ritorno al Fascismo. Scherzi a parte, è davvero difficile parlare di questioni così generali, per me. Non so cosa “la gente” abbia in mente. Non so come parlare di “noi”, per me è più semplice parlare per me stesso e anche con me stesso mi capita di essere d’accordo solo qualche volta. Scherzi a parte, la mia umile opinione è che i Balcani sono per propria natura e cultura parte dell’Europa, non resta quindi che integrarli politicamente.

I LIBRI DI ANDREJ NIKOLAIDIS



Pubblicità

 

Pubblicità

 

 

 
 
 
 
Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER