Intervista ad Annie DeWitt

Articolo di: 

Annie DeWitt è una scrittrice di immenso talento per la quale la critica americana si è profusa in lodi sperticate ma stranamente nessuno sembra essere riuscito a trovare un termine di paragone. Non è la nuova Hemingway, né tantomeno la nuova Steinbeck, ma sin dalle prime pagine di lettura è quasi ovvio che è lei stessa un termine di paragone, che entrerà a far parte della scala di misurazione dei futuri talenti. La incontro al Pisa Book Festival 2019 dopo aver divorato il suo libro in una notte. Mi abbraccia con calore ed esordisce dicendomi quanto sia onorata di essere pubblicata in Italia e soprattutto da un editore come Black Coffee che pubblica molti degli autori che lei ammira e dei suoi amici, mi dice che vedere il suo libro esposto accanto a quelli di Joy Williams, Ben Marcus, Alexandra Kleeman e così via la fa sentire in famiglia. Ecco la trascrizione della nostra chiacchierata.




Ci sono due importanti personaggi “non umani” in Notti in bianco: la natura e il sesso. Ci racconti se e quanto è stato difficile per te descriverli, soprattutto il secondo, dato che l’io narrante è una ragazzina di 12 anni?
Mi fa molto piacere che tu li chiami protagonisti. Per me uno dei principali protagonisti del libro, quando l’ho pensato, era un “senso del luogo”, dell’ambiente. Mi interessava anche descrivere il fatto che il sesso è una delle cose che i bambini assimilano per prime solo osservando gli adulti. In un certo senso è come se guardassero un film. La natura per me è stata un elemento molto importante, sono cresciuta in una fattoria in mezzo al nulla tra gli anni Ottanta e Novanta, per cui ci tenevo a catturare quei momenti su carta, erano gli anni immediatamente prima che internet esplodesse, che il GPS ci localizzasse, erano anni in cui potevi perderti nella natura. Non idealizzo però la natura, per me è comunque anche un insieme di forze violente e nel libro queste forze sono presenti come nel caso degli animali da fattoria che muoiono per un virus portato dalle mosche. La natura è un insieme di forze a sé stanti e potentissime, trovo che gli uomini se ne dimentichino troppo spesso.

A proposito di questo. Mentre si legge si ha l’impressione che gli adulti nel libro sembrano essere più preoccupati dal virus che sta uccidendo gli animali che non dal fatto che “il mais non era l’unica cosa che stava crescendo velocemente quell’estate”. È una cosa voluta da parte tua?
Assolutamente sì. Volevo rendere chiaro al lettore il senso che le fattorie hanno per i loro proprietari. La vita in una fattoria, la terra da coltivare, gli animali da allevare, sono cose “trasmissibili”. Attualmente vivo in una piccola comunità di coltivatori nelle Catskills. Quello che si realizza velocemente stando a contatto con loro è che essere coltivatori è qualcosa che definisce in maniera completa e totale le vite di queste persone, una sorta di eredità genetica suscettibile di essere trasmessa, appunto. Una famiglia può finire in rovina a causa di una fattoria che non dà più da vivere, nel libro l’idea è che la famiglia della protagonista inizi a cadere in rovina quando la madre se ne va via. Il libro è ambientato in un’estate molto calda, in cui molte cose cominciano ad andare storte, gli animali sono vittime di morti improvvise, le vite delle persone cominciano ad essere avvolte in una cappa oppressiva e in tutto questo c’è una sensualità latente, le persone si svestono sempre di più, nuotano nude, l’idea è che le loro vite diventano prede di una forza incontrollabile, di un calore che li spiazza. Sullo sfondo c’è anche una sorta di indizio, di allusione all’inizio di cambiamenti climatici che non abbiamo capito quando hanno iniziato a manifestarsi.

Ci sono molte allusioni nel libro a cose che negli anni Novanta non erano state capite dagli Americani…
Ti riferisci all’AIDS, vero? Si, è stato l’ultimo dei grandi pregiudizi del secolo. Quando la bambina chiede a sua madre cosa sia questa malattia di cui è morto un uomo in paese, lei le risponde che è una malattia “che si prende dagli assistenti di volo”. Gli anni Novanta sono stati anni di paranoia e questa paranoia nel libro è rappresentata dall’ossessione della madre per le notizie, ha sempre la tv accesa su un canale che trasmette aggiornamenti sulla guerra del Golfo 24 ore su 24. Quella è stata la prima guerra interamente televisiva e anche la prima che la nostra generazione abbia visto. Eravamo bambini, appunto, e non avevamo nemmeno idea di dove fosse il Medio Oriente, ma le immagini dei pozzi di petrolio che bruciano, dei soldati che tornano a casa in una bara, sono tutte immagini che non dimenticheremo. Questo bombardamento di immagini ha reso il Medio Oriente un luogo surreale, la guerra stessa è diventata un fatto surreale, era quasi come guardare una serie televisiva. Mi ricordo un giornalista che commentava i bombardamenti su Baghdad alle sue spalle dicendo “sembrano luci di Natale nel cielo buio”.

Non sono molto convinta che il tuo romanzo si possa definire un “coming of age”, [espressione che in Italia traduciamo un po’ approssimativamente con romanzo di formazione, ndr]. La protagonista Jean, che è uno dei pochissimi ragazzini in una comunità senescente, ha 12 anni e va per i 13 ma sembra un personaggio molto più compiuto degli adulti che la circondano, anche perché nel libro i bambini sembrano essere lasciati molto a sé stessi, nessuno sembra curarsene veramente, almeno dal punto di vista di un lettore italiano…
Sono quasi allergica all’etichetta “coming of age” e decisamente non la voglio per il mio libro. Trovo che sia un’etichetta solo commerciale, inventata dagli editori per vendere libri. Nei sette anni di gestazione che il libro ha avuto l’ho scritto in prima persona, poi l’ho interamente trasposto in terza persona, poi sono tornata alla prima. Volevo che la storia fosse raccontata dalla ragazzina quasi come se tenesse tra le mani una cinepresa e filmasse quello che le accadeva intorno. I bambini hanno la peculiarità di osservare senza avere gli strumenti per processare quello che vedono e il mio scopo era proprio rendere questa caratteristica. Ho messo insieme un montaggio di quello che la ragazzina vede e nel farlo mi sono ispirata allo stile di Marguerite Duras, ho voluto rendere omaggio a L’amante che è probabilmente il mio libro preferito. Nessuno oserebbe appioppare a quel libro l’etichetta “coming of age”. Per rispondere alla tua domanda, a me interessava molto analizzare le dinamiche sessuali, seduttive e di potere tra Jean e Otto. Il loro rapporto nasce in un momento di solitudine per entrambi:la moglie di lui è morta, la madre di lei l’ha abbandonata.

Gli adulti nel libro sembrano essere personaggi meno compiuti dei bambini, irrisolti in qualche modo, ma, mentre le donne lo sono perché come Ania, la madre di Jean, sono alla costante ricerca di qualcosa, i maschi, ad eccezione forse di Otto, si sono in qualche modo arresi, spiaggiati. Ti sei ispirata a qualcuno di reale per i personaggi femminili che sono l’anima corale del libro?
Potrei dire che molti dei personaggi femminili vengono dalla mia infanzia in fattoria. In particolare l’uomo che si fa sopraffare degli eventi, che la moglie picchia e ingiuria per la sua incapacità di reagire. Quello a cui puntavo era un rovesciamento dei ruoli di genere, emblematica la foto di lui con l’occhio nero che finisce sul giornale. Vengo da una antica stirpe di donne ucraine molto forti e indipendenti.

Questa storia fornisce una risposta brillante agli interrogativi dei millennials su come noialtri sopravvivessimo alla noia prima di internet: a quanto pare facevamo i guardoni, per superarla!
Mi piace che usi la parola guardoni, rende bene l’idea di persone che spiano dentro finestre altrui. E come hai visto il libro è pieno di finestre, ci sono quelle reali dalle quali Otto spia Jean che suona quasi nuda il pianoforte senza rendersi conto che lui stando al buio ha una visuale perfetta del suo salotto illuminato, poi quelle virtuali che il padre porta a casa in un disco per computer che si chiama “windows” e molte altre. Le finestre sono importanti perché facendo guardare attraverso di esse la vita che si svolge all’interno delle case, dei fienili, ho voluto rendere soprattutto il senso del silenzio, che consente all’immaginazione di lavorare come davanti a un film muto. Molti degli scrittori che ammiro usano il silenzio come un fattore di provocazione.

Pensi che sarai mai tentata di immaginare che adulti sono diventati Jean, Birdie e Fender o preferirai lasciarli congelati in quell’istante delle loro vite “in cui il destino viene a fermarsi nel bel mezzo della via di fronte a loro”?
Posso solo dirti che vivranno per sempre nella mia immaginazione. Il personaggio di Fender in particolare è basato su una persona molto importante che ho perso da poco, per cui spero che la sua memoria viva per sempre grazie a questo libro.

Sono stati tentati molti paragoni per il tuo stile narrativo, tra di essi, quello riconoscibile per i lettori italiani è con Le cure domestiche di Marilynne Robinson ma forse ne manca uno. Non so se mi sbaglio ma tra le righe a mio avviso si sente anche echeggiare una risatina sardonica come di un cugino più vecchio saccente e scafato, una sorta di irriverente adulto che potrebbe chiamarsi Holden, magari, e che tra l’altro sarebbe probabilmente coetaneo dello zio Sterling. Sono io che ho preso una cantonata o i critici non hanno osato tirarlo in ballo per non scadere nel banale?
WOW! Grazie per il complimento, ne sono onorata. Durante i miei giri di presentazione del libro, soprattutto nelle scuole americane, i ragazzi mi dicevano che sembrava fosse narrato da una voce maschile. Non so come rispondere a quella osservazione perché in realtà penso che la voce narrante sia essenzialmente la mia. Probabilmente c’è una componente mascolina nel mio modo di approcciare il linguaggio e questo è dovuto al fatto di essere cresciuta in un ambiente rurale nel quale il linguaggio ha un forte imprinting maschile, è uno strumento utilitaristico, in qualche modo romanticizzato e anche provocatorio. C’è un preconcetto diffuso sul fatto che questo tipo di linguaggio sia essenzialmente maschile, io ho osservato nella mia vita donne che lo hanno fatto proprio e forgiato in forme espressive assolutamente originali. Il mio stile è anche influenzato dal fatto che ho letto molti autori “gotici” come Cormac McCarthy che mi ha influenzato moltissimo col suo Il buio fuori, penso che sia uno dei più bei libri mai pubblicati. Il linguaggio è assolutamente strabiliante. Amo molto anche Le cure domestiche, penso che lo stile della Robinson sia molto più pacato e silenzioso del mio e credo che questo sia dovuto al fatto che lei ha un background religioso. Il suo stile narrativo mi piace molto, è quasi piatto, è magistrale nel far passare inosservati incidenti come la morte. Mi fa piacere che tu abbia notato lo zio Sterling, che è uno dei molti personaggi minori del libro, ma, anche uno dei miei preferiti, anche lui basato su una persona che ho perso da poco e che amavo molto, era estremamente iconoclastico, e mi piace l’idea che suggerisci tu, che sarebbe stato un coetaneo di Holden perché quando penso a Holden Caulfield quello che mi viene in mente è la sua estrema franchezza, la violenza del suo linguaggio, la sua iconoclastia… Devo dirti però che il libro di Salinger che adoro è I nove racconti, trovo che nella forma-racconto il suo talento si sia espresso al meglio.

I LIBRI DI ANNIE DEWITT



Pubblicità

 

Pubblicità

 

 

 
 
 
 
Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER